Ricostruire perché

“Non è difficile immaginare che cosa ci sia da Ricostruire: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Governi, organi internazionali e mass media ci inondano ogni giorno di dati e di statistiche, che sembrano dirci “Grossomodo, la crisi ha fatto i danni di una guerra”.

Ma se siamo in guerra, finora i nostri generali devono aver capito molto poco di strategie e tattiche. Un po si sono ingannati da soli, per non fare i conti col fallimento delle loro idee; un po’ ci hanno ingannati, per non rendere chiaro che non stanno agendo sulla base dei programmi che li hanno portati a vincere le elezioni.

La politica, la democrazia, sono cose serie: noi crediamo che i partiti politici, luoghi in cui si discute dei programmi, si scelgono i propri dirigenti, e se falliscono li si cambia, siano un elemento di cui non si può fare a meno, in una società democratica. Altrimenti, resta solo il Capo, che fa quello che vuole, e non è certo obbligato ad ascoltarci.

Ma i partiti e gli uomini di governo devono avere chiaro quello che hanno davanti, e devono anche avere il coraggio di agire di conseguenza.

Vediamo qual è la situazione.

a. La crisi della finanza :

In sei anni di crisi ininterrotta, abbiamo fatto passi da gigante, verso una società controllata da pochi super-ricchi spaventati di perdere i propri privilegi, e determinati a difenderli.

Gli anni ’80 hanno lasciato in eredità agli anni ’90 non solo uno stile di abbigliamento improbabile, ma anche idee politiche ed economiche ancora più improbabili: la Fede in manager, banchieri e operatori di borsa, che, se lasciati indisturbati di investire il nostro denaro col minor numero di freni possibile, avrebbero in qualche modo moltiplicato la ricchezza di ciascuno di noi.

Sappiamo come sia andata: dagli anni ’90 ad oggi, gli investimenti in fabbriche, prodotti, strade e ponti, servizi, stipendi e salari, si sono diretti massicciamente nella finanza. Banche, titoli, azioni, assicurazioni, debito pubblico : tra il 2000 e il 2012, il 75% dei Paesi del mondo ha deciso che il denaro potesse circolare liberamente nei suoi confini, spostandosi nell’arco di pochi secondi tramite un click sul computer.

Questi operatori, però, non erano così onniscienti come avremmo voluto credere : hanno fatto investimenti sbagliati, e quando questi troppi investimenti si sono accumulati uno sopra l’altro, è venuta fuori una “bolla”. Il giorno che questa bolla è scoppiata, nel 2007, le banche si sono ritrovate piene di debiti che nessuno avrebbe più potuto pagare.

E qui entriamo in gioco noi cittadini, di nuovo.”

b. La crisi bancaria:

Le banche di tutto il mondo rischiavano di scoppiare.

E’ facile prendersela con le banche, che in effetti qualche colpa ce l’hanno: ma lasciar fallire una banca significa prendere tutti i soldi di un ampio numero di cittadini, e farli sparire nel nulla.

I governi però hanno scelto la strada contraria agli interessi della maggior parte dei cittadini : hanno prestato soldi alle banche, oppure le hanno addirittura comprate, usando i soldi del bilancio pubblico.

A quel punto, avrebbero potuto cercare di capire cos’era andato storto, valutare come utilizzare le loro enormi riserve di denaro per far ripartire l’economia, che nel frattempo era rimasta senza finanziamenti. Ha vinto la Fede nel fatto che manager, banchieri, agenti di borsa, siano infallibili, se nessuno li disturba: uno sbaglio può capitare a tutti, diamogli una seconda possibilità !

Le banche salvate sono tornate sul mercato, e non è cambiato nulla: solo Obama ha provato, tra enormi difficoltà, a stabilire nuove regole per il settore bancario.

c. La crisi del debito pubblico.

Per salvare le banche c’era voluta una enorme quantità di denaro: gli Stati si erano dovuti indebitare, per potersela permettere pronta sull’unghia. Nel 2010, i mercati finanziari hanno smesso di finanziare i governi di alcuni Paesi europei, che avevano investito grandi somme nel tentativo di salvare le proprie banche (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) o che avevano già accumulato per altri motivi un grande debito pubblico (è il nostro caso). Per prestarvi altro denaro, dobbiamo essere sicuri che possiate permettervi di pagare la prossima rata, dicevano.

A dargli ragione, c’erano le agenzie di rating: agenzie che valutavano la capacità di un bilancio, pubblico o privato, di essere sostenibile nel tempo. Tutte sentenziarono che questi Paesi, presto ribattezzati PIIGS, non erano abbastanza affidabili. A quel punto, i PIIGS iniziarono a tagliare il proprio debito pubblico: meno debito c’è, più è semplice pagarlo, più i nostri creditori si sentiranno rassicurati e ricominceranno a prestarci denaro, anziché cercare di sbarazzarsi di noi.

Problema: se le banche non hanno abbastanza soldi da prestare, essendo già piene di debiti che non riusciranno più a riscuotere, e i cittadini hanno accettato nel tempo stipendi più bassi perchè i manager potessero rilanciare la competitività, e ora anche lo Stato smette di spendere soldi … come può funzionare l’economia ?

La risposta? quella ovvia sarebbe “così l’economia non può funzionare”. La risposta che hanno dato i professori di economia più in voga era “sarà doloroso togliere il denaro all’economia, ma i mercati apprezzeranno il nostro sacrificio e torneranno a finanziarci”. I nostri governi li hanno ascoltati, anche perchè i professori parlavano in nome e per conto di quei mercati che altrimenti avrebbero chiuso il rubinetto.

Così facendo, però, l’economia è crollata: il debito è cresciuto, perchè non c’era altro denaro circolante che non fosse quello dei vecchi prestiti o di nuovi prestiti di emergenza per tamponare il collasso.

Tagliando la spesa pubblica per ridurre il debito, abbiamo affossato l’economia e aumentato il debito.

  1. La crisi italiana

In tutto questo, l’Italia è arrivata all’appuntamento con la Crisi stremata da vent’anni in cui è pian piano caduta sempre più in basso.

Dagli anni ’80 ad oggi, l’Italia non è riuscita a abbattere l’illegalità del grande e piccolo crimine organizzato; a ridurre sensibilmente l’evasione fiscale e contributiva; a mettere sotto controllo una pubblica amministrazione in cui politici clientelari fanno il bello e il cattivo tempo e dirigenti autoreferenziali comandano scatoloni vuoti, mortificando le intelligenze e la buona volontà.

Abbiamo buttato via con l’acqua sporca della corruzione (che comunque, non è diminuita, anzi … ), anche il bambino di una tradizione di manager pubblici di grande capacità, da Enrico Mattei in poi: niente è stato più programmato a lungo termine, c’era sempre una emergenza dietro l’angolo e tanto avevamo venduto gran parte degli strumenti con cui intervenire.

La destra ha fatto l’elogio dell’egoismo sociale con Berlusconi (governiamo per non farci arrivare la Finanza a controllare le fatture), e addirittura quello dell’egoismo microterritoriale con la Lega (da Roma Ladrona alle Regioni usate come Bancomat per la laurea del Trota o l’intimo di Cota).

La sinistra non ha saputo inventarsi niente di meglio che litigare e, nel tentativo disperato di attirare pezzi dell’altra Italia, trasformarsi da partito dei ceti e della classi sociali più deboli in partito dei buoni sentimenti, interclassista e liquido: abbiamo tutti gli stessi interessi, basta che ci comportiamo bene e facciamo i sacrifici che ci chiede l’Europa / la Confindustria / i mercati.

Non facciamoci ingannare dal 41% del PD nel 2014: è un voto tenuto assieme da Renzi come leader, cavalcando la voglia di ottimismo, di cambiare, di provarci di nuovo. Il PD è votato da categorie di elettori che chiedono cose diversissime tra loro (piccoli imprenditori contro la burocrazia e dipendenti pubblici contro i tagli ; pensionati spaventati e giovani incazzati): già questo darebbe dei problemi a tenere assieme tutto, ma il vero problema è che la tradizione di “celochiedequalcuno” in cui il PD è nato, e che. se la situazione dovesse precipitare, non lo porterebbe a difendere i suoi elettori, la sua Storia, i gruppi sociali che lo sostengono.

Non possiamo più aspettare: la ripresa che ci avevano promesso nel 2014 non ci sarà, e il 2015 sarà poco più incoraggiante. Abbiamo 7,2 milioni di disoccupati, palesi o occulti: di questi, di quattro sono inattivi da un anno o più, e quindi sono del tutto fuori dalle dinamiche del mercato del lavoro, mentre altri due milioni sono giovani scoraggiati, che non studiano, non cercano, non ci provano.

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