CONTRIBUTO PROGRAMMATICO DEL NSE A FUTURO A SINISTRA

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Sommario_Contributo

 

Di seguito le proposte che il Network per il Socialismo Europeo avanza rispetto alla iniziativa denominata “Per un programma di azione comune” (http://www.stefanofassina.it/lavoroeliberta/2015/07/29/per-un-programma-di-azione-comune/per-un-programma-di-azione-comune/#artref), varata il 28 luglio u.s. Le nostre proposte, necessariamente espresse in termini sintetici, potranno essere dettagliate in misura maggiore, qualora accettate e inserite nel programma comune.

 

1.     Europa

I risultati delle politiche imposte dalla Trojka rispetto alla crisi economica e finanziaria globale sono sotto gli occhi di tutti: nell’area euro-19, si registrano, in complesso, circa 136 miliardi di euro di PIL in termini reali bruciati dal 2008 ad oggi; oltre 5,2 milioni di occupati in meno; più di 5 milioni di persone aggiuntive in condizioni di povertà; il debito pubblico sul PIL che, nel complesso dei 19 Paesi, cresce di oltre 6 punti, attestandosi attorno al 92%. E le previsioni per il 2015-2016 sono poco incoraggianti, con tassi di crescita largamente al di sotto del 2%, e probabilmente valori da rivedere al ribasso, atteso che la crescita acquisita dall’euro-area, a giugno 2015, è pari ad appena lo 0,8%, e nel medesimo mese la produzione industriale ha subito una flessione. Poco più che una stagnazione, non certo una ripresa robusta.

A differenza di tanti pericolosi populismi, una sinistra che vuole avere responsabilità di governo, è consapevole del fatto che la soluzione ideale per uscire da una crisi che, a detta di molti economisti, rischia di trasformarsi in una stagnazione secolare, risiederebbe in un autentico processo di unificazione politica europea, basato su principi democratici in materia di architettura istituzionale, e solidaristici in materia di politiche di bilancio e monetarie. Soltanto una unione politica consente, infatti, di superare le contraddizioni intrinseche dell’euro, prodotte da una combinazione fra divergenza dei parametri macroeconomici di fondo dei vari Stati membri (di bilancia dei pagamenti, nei livelli interni dei costi di produzione reali, nei saldi di finanza pubblica) e insufficiente mobilità del fattore-lavoro, che rendono l’euro, così com’è configurato, sostanzialmente destinato a rimanere un vincolo esterno che produce austerità, impoverimento e decrescita nei Paesi periferici rispetto all’area dell’economia-leader tedesca. Solo il definitivo balzo in avanti verso una unione politica federale e democratica può consentire di avere gli strumenti politici per accentrare i debiti pubblici nazionali, in un debito pubblico europeo che, rispetto al PIL dell’area euro, sarebbe pienamente sostenibile, riavviando politiche fiscali espansive, eliminare gli squilibri dei saldi nazionali di bilancia dei pagamenti, che si riversano sulla sostenibilità del sistema Target 2 di regolamento dei pagamenti intra-euro, e quindi sull’euro stesso, dotarsi di una politica fiscale e dei redditi comune, in grado di ridurre i differenziali nei costi dei fattori, nonché attuare pienamente quella Transfer Union necessaria per omogeneizzare le condizioni economiche, occupazionali e sociali del continente e renderlo resiliente alle crisi economiche.

Come opposizione responsabile, quindi, chiederemo, come prima opzione, che tale balzo in avanti verso una unione politica e genuinamente democratica e solidale sia compiuto rapidamente e irreversibilmente, ma il realismo ci porta ad evidenziare che non vi sono le condizioni per andare verso tale direzione. Differenze di interesse nazionale, persistenti diffidenze reciproche, fisiologiche diversità di ordine culturale, istituzionale, organizzativo fra i diversi Stati membri, e l’acuirsi del solco di egoismo, da un lato, e di risentimento, dall’altro, che la soluzione unilaterale alla crisi greca ha prodotto, rendono, di fatto, l’idea dell’unificazione politica europea, così come inscritta nelle utopie di Ventotene, non realizzabile.

Né i recenti documenti prodotti dalle classi dirigenti dell’Europa come risposta all’attuale crisi lasciano intravedere la volontà reale di superare le contraddizioni interne di una moneta unica senza Stato. Il documento dei 5 Presidenti non è infatti altro che la prosecuzione di un processo indiscriminato di integrazione dei mercati interni e di rafforzamento del controllo europeo sulle politiche di austerità di bilancio dei singoli Stati, nella logica ordoliberista che ha contrassegnato, in modo disastroso per le ragioni del lavoro, la direzione delle politiche sin qui condotte, fatta di austerità finanziaria, smantellamento della funzione pubblica e riduzione dei diritti. La questione politica viene rimandata ad un indefinito futuro, e si pensa di risolverla dando qualche funzione aggiuntiva di mera consultazione al Parlamento Europeo o alla Commissione.

Anche dalla parte del socialismo europeo, la proposta Gabriel-Macron ha la stessa impostazione di fondo neoliberista e mercantilistica, largamente insufficiente a delineare una strada comune di fuoriuscita dalla crisi, del documento dei 5 Presidenti. Essa infatti ribadisce, da un lato, la fede ordoliberista nelle virtù dell’allargamento della concorrenza e delle riforme strutturali che hanno profondamente aumentato le diseguaglianze sociali e la stessa capacità di crescita dell’area euro, limitandosi a caldeggiare un ulteriore processo di unificazione dei mercati accompagnato da misure di livellamento del playing field, seppur mitigato da alcune misure sociali, positive ma di per sé insufficienti, da sole, a modificare la tendenza al peggioramento delle condizioni redistributive fra lavoro e capitale (il salario minimo europeo, differenziato per Paesi ma definito “consistente”, la tassazione omogenea sulle imprese). Dall’altro è anch’essa connotata dall’assenza di una visione che vada oltre la mera impostazione economicistica e mercantilistica dell’Europa, che restituisca spazio alla dinamica democratica dei popoli europei e che, superando la politica del beggar-thy-neighbour, rimetta al centro del progetto europeo quella necessaria solidarietà finanziaria e sociale che consenta anche ai PIIGS di sentirsi parte di un progetto di rinascita comune. Nell’assenza di tale visione, il documento cade addirittura nella ridicola idea che l’identità europea, il fattore fondamentale che manca per costruire un reale percorso comune, possa realizzarsi tramite l’estensione dei programmi Erasmus! Di conseguenza, il concetto di governance economica comune, nella proposta in questione, non va al di là di un rafforzamento del bilancio europeo (per impostare, peraltro in linea con una analoga proposta di Schaeuble, strumenti finanziari di stabilizzazione per crisi asimmetriche, evidentemente ingestibili in caso di severe crisi da speculazione sui debiti sovrani o di crisi finanziarie generalizzate, come quella del 2007-2009).

L’esperienza greca insegna, purtroppo, che molte illusioni riformistiche circa la possibilità di cambiare rotta con metodo negoziale rispetto alle politiche di austerità si scontrano con una egemonia di pensiero economico liberista, legata a doppio filo ad interessi politici, economici ed anche più banalmente elettorali, delle destre ordoliberiste nordiche, legate all’area economica tedesca.

Tutto ciò ci deve condurre, quindi, per sano realismo politico, a farci trovare pronti nel caso in cui la nostra proposta “ideale”, di rafforzamento del processo di integrazione politica, democratica e sociale europea venga respinta dalle classi dirigenti comunitarie, ivi comprese quelle appartenenti al Socialismo Europeo, incapaci di andare oltre la strada di piccolo cabotaggio e socialmente regressiva prevista dai due documenti sopra richiamati. Prima, tuttavia, di buttare definitivamente a mare decenni di sforzi per costruire forme di cooperazione europea cercheremo di avanzare una proposta pragmatica, mirata a mantenere un livello minimo di integrazione monetaria, commerciale e politica su scala comunitaria, pur recuperando quei necessari margini di autonomia nazionale nelle politiche monetarie e fiscali, senza i quali l’area-euro continuerà, in futuro, a caratterizzarsi per processi di disgregazione sociale, di deflazione e di stagnazione della crescita. Si tratterebbe cioè di una strategia di salvataggio dell’Europa da sé stessa. Una strategia che sia basata su due gambe, da negoziare contemporaneamente:

  1. La riconquista di un certo spazio di sovranità delle politiche monetarie, sia pur nel quadro formale della permanenza nell’euro e nella Unione Europea;
  2. La riforma radicale dei Trattati europei, il Six Pack, il Two Pack ed il Patto di stabilità e crescita (al netto di alcuni specifici aspetti, come la trasparenza statistica, che rimarrebbero validi).

Per il punto A, si propone di utilizzare il sistema proposto da Keynes (1944): trasformare l’euro in una unità di regolamentazione degli scambi internazionali fra gli Stati membri, che per gli scambi interni utilizzerebbero le loro valute interne, emesse dalle Banche Centrali nazionali ed agganciate all’euro da una parità centrale, da verificare su base annuale, con margini di oscillazione di almeno il 25% verso l’alto e verso il basso[2]. La regola di creazione di massa monetaria interna delle singole valute nazionali sarebbe agganciata ad un target inflazionistico, onde evitare la riproduzione di pericolose divergenze inflazionistiche. Tale target verrebbe fissato in modo flessibile, aumentando nelle fasi cicliche negative e riducendosi in quelle espansive. L’attuale sistema di compensazioni dei pagamenti intra-euro, denominato Target 2, verrebbe sostituito da una Camera di Compensazione così funzionante:

  • In fase di partenza, per consentire agli stati membri di effettuare i pagamenti degli scambi esteri, ogni membro riceverebbe una riserva iniziale di euro, pari alla media aritmetica del valore dei flussi di import-export degli ultimi anni. Tale riserva iniziale sarebbe “intangibile”, nel senso che non potrebbe essere utilizzabile per fare politiche economiche interne, in virtù di specifici meccanismi di infrazione;
  • Gli squilibri derivanti da disavanzi delle partite correnti di singoli Stati membri verrebbero affrontati con la svalutazione del tasso di cambio entro i margini consentiti e, ove insufficienti, da un riallineamento della parità centrale con l’euro;
  • I Paesi cronicamente eccedentari che non volessero utilizzare il loro surplus per alimentare la domanda interna o effettuare investimenti in altri Stati dell’area-euro verrebbero sottoposti ad un obbligo di riserva temporanea degli euro incassati a seguito del surplus commerciale, incentivandoli, così, a ridurre il surplus stesso con politiche di incentivo alla domanda interna o con politiche di investimento nell’area-euro.

Qualora si verificasse il necessario livello di allineamento politico fra le sinistre dei Paesi euromediterranei, sarebbe anche possibile semplificare drasticamente il meccanismo, pensando, con le stesse regole di cui sopra, ad un euro del Sud (una valuta comune per i Paesi dell’euro-Sud) agganciato con tasso di cambio semirigido ad un euro del Nord, in luogo del ripristino di tante valute nazionali interne, riprendendo un suggerimento di B. Amoroso.

Non riteniamo, tuttavia, che la mera questione monetaria risolva tutti i problemi dell’Unione Europea. Occorre infatti affrontare con decisione la riforma dei Trattati Europei, per negoziare, almeno, i seguenti elementi:

  • Un piano di investimenti pubblici serio, non cioè basato su illusori moltiplicatori di spesa privata, come il piano-Juncker, ma con risorse reali e la quota di cofinanziamento nazionale posta al di fuori del calcolo del Patto di stabilità, senza alcun ancoraggio a pretese di “riforme strutturali” neoliberiste, come imposto dalle linee guida per incoraggiare riforme strutturali e investimenti;
  • regolamentare a livello europeo i mercati finanziari, sulla base dei seguenti principi: separazione contabile e societaria fra attività commerciale ed attività finanziaria delle banche, proibizione delle vendite allo scoperto di tipo naked, estensione della vigilanza bancaria comune a tutte le banche attualmente escluse dall’Unione Bancaria, regolamentazione dei bonus in titoli erogati a manager e dirigenti di banche e società finanziarie, istituzione di un’agenzia di rating pubblica europea, istituzione di un’Autorità europea di difesa dei piccoli investitori sui mercati, avvio della discussione con le Autorità dei Paesi non membri per la regolamentazione dei mercati “over the counter” di derivati, creando contratti standardizzati, evidenziazione dei portafogli di derivati detenuti nei bilanci delle istituzioni finanziarie e creditizie, valutati a prezzi di transazione reali da organismi indipendenti;
  • introduzione di un “Social Pact”, che includa, in modo non sostitutivo alle normative nazionali più generose, una indennità di disoccupazione comune, un salario minimo europeo (commisurato al mercato del lavoro nazionale), standard minimi in termini di protezione dell’impiego e di sicurezza del lavoro, nonché di tassazione (per eliminare la concorrenza fiscale tra paesi ai fini di attrarre base imponibile, soprattutto delle multinazionali). Il “Social Pact” deve fissare obiettivi crescenti di occupazione e inclusione sociale, che devono divenire tanto rilevanti quanto quelli fiscali. Potrebbe essere parzialmente finanziato da una tassazione europea sulle transazioni finanziarie e sulle emissioni inquinanti;
  • eliminare il vincolo del bilancio nazionale in pareggio strutturale o, quantomeno, rinegoziare il calcolo dell’output gap effettuato dalla Commissione Europea, come base per la stima della componente ciclica del disavanzo.

Evidentemente, se, oltre alla prima proposta di “balzo in avanti” verso un’Europa politica e solidale, anche questa seconda proposta pragmatica, mirata a preservare un vincolo associativo comunitario minimo, fosse respinta, non rimarrebbe che la strada della fuoriuscita ordinata, seppur unilaterale, dall’euro. L’esperienza di Syriza, presentatasi ai negoziati sulla base della sola fede nella “riformabilità interna” dell’Europa, ci dice che, per la finalità riformistica di modificare i Trattati e la direzione delle politiche economiche europee, occorre mettere sul tavolo del negoziato un piano realistico, articolato e fattibile di fuoriuscita ordinata dall’area euro, che contempli almeno le seguenti previsioni programmatiche, cui dare la concretezza di un piano effettivamente attivabile qualora i negoziati non andassero a buon fine. Tali elementi minimi dovrebbero contemplare:

  • Misure amministrative di blocco delle fuoriuscite di capitali, da imporre comunque, già nella fase negoziale, sospendendo in via cautelativa ed eccezionale le regole dei Trattati sulla libertà di movimento dei capitali;
  • Un parziale default “gestito” del debito pubblico, che effettui un haircut selettivo nei confronti delle categorie di creditori, escludendo dall’haircut i creditori interni e quelli istituzionali internazionali, offrendo comunque una varietà di possibili opzioni di rimborso dilazionato o ridotto, onde evitare vicende “argentine”;
  • Un piano di nazionalizzazione e ricapitalizzazione delle banche di interesse sistemico;
  • Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione, nella previsione di uno shock inflazionistico da svalutazione;
  • La previsione di un piano di emergenza per la fornitura di beni e servizi di prima necessità alla popolazione, ivi compresa la previsione di controlli amministrativi sui prezzi dei generi essenziali.

2.     Lavoro ed economia

Stante la premessa per cui nessun margine di politica economica espansiva è possibile senza cambiare in profondità le politiche europee, come sopra, i grandi assi tematici sui quali riflettere in materia di politiche economiche interne sono i seguenti:

Politiche fiscali

  • Maggiore lotta all’evasione fiscale sull’Iva, tramite la fatturazione telematica e la standardizzazione delle aliquote, da destinare ad una riduzione dell’Irap sul costo del lavoro e ad una riduzione stabile dell’Irpef per i redditi più bassi;
  • Imporre ai capitali in rientro volontario nel Paese, a fronte di uno sconto di pena, l’obbligo di investimento in una speciale emissione di titoli di Stato decennali non trasferibili e ad un tasso molto basso

Infrastrutture e politiche industriali

 

  • Portare a termine il processo di trasformazione della CDDPP in una Banca Pubblica di Sviluppo in grado di investire in grandi progetti infrastrutturali o industriali;
  • Superamento definitivo del digital divide con un piano, sul quale far convergere le risorse dei fondi strutturali 2014-2020 e del Fondo Sviluppo e Coesione, per lo sviluppo della banda larga super veloce in tutto il Paese;
  • Riorganizzazione del sistema di attrazione di investimenti esterni, accentrando tutte le competenze promozionali e di marketing territoriale su un’Agenzia nazionale, finanziata “a risultato”, ovvero in base al numero di imprese attratte, conferendo alle Regioni, in collaborazione con le Camere di Commercio e le associazioni di categoria, il compito di approntare i pacchetti localizzativi;
  • Reintroduzione della golden share per le imprese pubbliche operanti in settori strategici (energia, trasporti, difesa, telecomunicazioni) eliminando la normativa introdotta dal Governo Monti, troppo debole, e ricostruzione di un polo siderurgico pubblico, portando a termine l’acquisizione allo Stato dell’Ilva di Taranto, per effettuare un investimento di revamping in una acciaieria sostenibile sotto il profilo ambientale;
  • Ripristino di interventi agevolativi, di tipo fiscale, sulla capitalizzazione delle PMI (ad es. reintroduzione di una dual income tax) e sull’associazionismo di rete;
  • Sostegno (non basato su incentivi, ma su azioni di studio ed informazione, interscambio ed incontro fra aziende, accompagnamento ed assistenza tecnica) ai distretti ed ai cluster produttivi italiani per la creazione di meta distretti con altre aree del Paese e del mondo, creando meta filiere che aggreghino, laddove si trovano, gli anelli di eccellenza di ogni fase produttiva della filiera stessa;
  • integrazione, mediante voucher per l’innovazione liberamente spendibili dall’imprenditore per acquisire servizi tecnologici o di ricerca, delle PMI con centri di ricerca ed Università su scala regionale, nazionale ed internazionale, per la creazione di piattaforme integrate per l’innovazione ricerca-imprese, su settori specifici, ad elevata prospettiva di crescita e di ricaduta sociale e ambientale, ed identificati dal Piano Nazionale per la Ricerca;
  • Piano straordinario di Investimento nei principali porti italiani ed un potenziamento, anche tramite incentivi tariffari, del trasporto di merci via Autostrade del Mare; completamento rapido dell’Alta Capacità Na-Ba e avvio della progettazione per portare l’alta velocità perlomeno fino a Gioia Tauro.

Mezzogiorno

Senza un riavvio dei processi di sviluppo del Mezzogiorno, tema completamente abbandonato dal Governo Renzi, non sarà possibile portare verso l’alto il tasso di crescita potenziale del Paese. Occorre superare il frazionamento delle risorse e delle competenze oggi esistente, affidando alla Agenzia per la Coesione Territoriale, il cui processo costitutivo va rapidamente completato, la funzione di cabina di regia tecnica, sotto la direzione programmatica di un ricostituito Ministero per la Coesione, che accentri i fondi strutturali dei diversi PO nazionali e regionali (anche mediante meccanismi automatici di accentramento dei fondi dei PO regionali che non dovessero rispettare i cronoprogrammi di spesa) su alcuni progetti strategici:

  • strumenti di ingegneria finanziaria, di tipo unitario per tutto il Mezzogiorno, valorizzando strumenti europei della BEI. Ma anche un fondo meridionale di microcredito, con la massa critica di risorse necessaria per promuovere autoimpiego per i giovani e per soggetti (ad es. disoccupati di lungo periodo) non bancabili;
  • una strategia meridionale per l’innovazione, che sia coerente con un nuovo Piano Nazionale per la Ricerca, che assuma come base un approccio sistemico di sistema territoriale per l’innovazione (coinvolgendo, in modo selettivo, Università e centri di ricerca su progetti strategici coerenti con le vocazioni di ricerca e produttive del Mezzogiorno, e costituendo piattaforme per l’innovazione, con il criterio dei cluster tecnologici, per aggregare ricerca pubblica ed imprese su tematismi strategici, e rafforzando, tramite opportuni sportelli per l’innovazione, la capacità della PA di orientare e assistere le imprese italiane che intendano partecipare ai bandi di Horizon 2020) e ripristinando, a livello progettuale ed attuativo, la filosofia di Industria 2015, ovvero i progetti di innovazione industriale, troppo rapidamente abbandonati;
  • varo di un progetto di micro-cantieri diffusi sul territorio per il ripristino idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio, utilizzando il FSC;
  • Le politiche industriali per il Mezzogiorno dovranno, tramite opportuni coordinamenti fra PON I&C e PO regionali, recuperare un approccio ricardiano sui vantaggi comparati, concentrando le risorse sui settori produttivi per i quali l’economia meridionale appare vocata realmente: turismo, agroalimentare, cultura e creatività, ma anche logistica (con l’ambizione di fare del Mezzogiorno la piattaforma logistica del Mediterraneo), energia rinnovabile e sistemi di efficienza energetica per imprese ed edifici, chimica verde;
  • Varo di un piano straordinario per la sicurezza nel Mezzogiorno, che inglobi il PON S&L, ma anche interventi preventivi, sulla scuola, sulla qualità dell’insegnamento, interventi di tipo sociale sulle famiglie difficili o negli ambiti territoriali più critici, alcuni ripensamenti su strade intraprese, in primis riguardo alla progressiva privatizzazione di servizi pubblici, che ha aperto (vedi il caso Mafia Capitale) ampi ed ulteriori spazi di mercato alle mafie.

Politiche sociali

Se si osservano i dati dell’ILO, che forniscono serie storiche sufficientemente lunghe, si nota che, in un Paese-faro del capitalismo internazionale come gli USA, il numero totale di ore-lavoro, in circa quarant’anni, si riduce del 27%. Dati analoghi, sia pur su serie storiche più brevi (ed al netto della flessione dovuta alla crisi, dal 2008 in poi), sono confermati dai dati Ocse, per l’intera area. E’ in atto, nei capitalismi maturi (ed ovviamente non nella stessa misura in quelli emergenti), una riduzione dell’utilizzo di lavoro, che prescinde dall’attuale fase di crisi, e che è quindi strutturale, e che in parte assume la forma di una redistribuzione globale del lavoro industriale, dai Paesi maturi a quelli in via di sviluppo più dinamici (Cina, India, Tigri Asiatiche, ecc.).

Ci troviamo dunque di fronte alla necessità di redistribuire in modo più equo il lavoro, rispetto alle tradizionali ricette del precariato neoliberista, garantendo continuità di reddito nelle fasi di “vacatio” lavorativa, sempre più frequenti, e interventi microeconomici efficaci di reinserimento professionale. Il tutto senza precludersi la possibilità di sperimentare forme di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per le attività lavorative più pesanti e ripetitive, sotto forma di sperimentazione. Si propone quindi un meccanismo di reddito di inserimento che sia strumento universalistico seppur temporaneo, cioè che estenda la platea a tutte le forme di precariato, ed anche a favore dei Nuclei familiari in povertà. Tale intervento dovrà essere così articolato:

– Per chi è potenzialmente inseribile/reinseribile nel mercato del lavoro, ivi compresi i giovani alla ricerca del primo impiego, il beneficio è accompagnato da percorsi di orientamento al lavoro concordati con le strutture territoriali per l’impiego, e monitorati, condizionando la percezione del contributo al percorso di reperimento dell’occupazione. Si precisa anche che, rispetto al Naspi proposto dal Governo Renzi, le offerte di lavoro che pervengono all’interessato debbono essere coerenti con il suo profilo professionale e di preparazione. E’ infine necessario che il Naspi preveda un percorso ulteriore di almeno un altro anno, dopo la scadenza, per quei beneficiari che hanno effettuato, in modo comprovato, tutte le azioni concordate con le strutture per l’impiego per trovare lavoro, e che però non sono riusciti a trovare lavoro;

– i soggetti ancora in grado di lavorare ma non più reinseribili sul mercato del lavoro perché non competitivi (disoccupati di lungo periodo, ultracinquantenni, dequalificati), saranno beneficiari di sperimentazioni, tramite l’erogazione di buoni-lavoro, di progetti di lavoro minimo di cittadinanza, su progetti presentati dagli enti locali, e valutati in modo severo e selettivo da un’apposita task force, onde evitare riproposizioni di progetti inutili e/o meramente assistenzialistici, e/o su progetti nazionali, sulla base di alcuni magneti di rilevanza generale (tutela dei beni culturali, raccolta differenziata dei rifiuti, opere e lavori di difesa del suolo e del territorio);

– le altre categorie di soggetti in povertà o in condizioni di emarginazione sociale non direttamente connesse al tema dell’inserimento lavorativo saranno trattate con gli interventi socio-sanitari, socio-educativi e socio-formativi già previsti dalla sperimentazione sulla Social Card.

Altre misure sociali:

  • Per chi si è indebitato con le banche o con il fisco, ma ha perso il lavoro o non è più, in buona fede, in grado di pagare, ed ha livelli di Isee inferiori ad una soglia particolarmente bassa, l’immobile di abitazione di proprietà non potrà essere pignorato o sequestrato per tutta la durata di vita del proprietario;
  • Progressivo calo, nel lungo periodo, per le fasce sociali a minor livello di ISEE, dei ticket sanitari tramite il potenziamento degli investimenti in prevenzione. Secondo uno studio Ambrosetti (2014) un investimento in prevenzione ripartito su 8 anni, per un totale di 15 miliardi complessivi, comporta, a partire dal quindicesimo anno dall’avvio del programma, un risparmio annuo di 3,3 miliardi sui costi sanitari per terapie e ricoveri, che ripagherebbe l’investimento iniziale nel giro dei successivi cinque anni, comportando un risparmio netto, sulla spesa sanitaria, pari a 18 miliardi in 25 anni, con un profilo crescente (il risparmio arriverebbe a 35 miliardi nel giro di 30 anni dall’investimento iniziale, fino a 61 miliardi nel giro di 38 anni). Oggi, la spesa in prevenzione in Italia, pari allo 0,8% del FSN, è largamente inferiore all’obbligo di legge (5% del 98% del FSN);
  • Abolizione della legge sulla “Buona Scuola”, nei punti più controversi (poteri dei dirigenti scolastici, finanziamenti privati, valutazione dei docenti). Si procederà ad una riforma vera della scuola pubblica, incardinata su un aumento graduale della spesa pubblica per riportarla almeno a 70 miliardi di euro. Una quota delle risorse aggiuntive sarà ripartita secondo criteri di priorità per le scuole situate in aree ad elevato abbandono scolastico che presentino progetti di recupero valutati positivamente da un valutatore indipendente, per le scuole tecniche e professionali che dimostrino di aver attivato, con le imprese del loro territorio, progetti di formazione/lavoro ad elevata ricaduta occupazionale, per le scuole primarie situate in piccoli Comuni ad elevato rischio di spopolamento, per i progetti di integrazione scuola/ricerca/imprese. Si procederà inoltre all’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni di diritto allo studio che le Regioni sono tenute ad erogare, esenzioni e borse di studio per fasce di studenti in particolare disagio socio-economico o a rischio abbandono, un revisione del meccanismo di valutazione dei docenti che passi per una effettiva indipendenza dell’Invalsi, una valutazione narrativa e non più meramente quantitativa o a quiz, l’introduzione di strumenti di autovalutazione e di valutazione del sistema-scuola nel suo insieme, una revisione della governance degli istituti che aumenti la compartecipazione di studenti e famiglie ed un maggior monitoraggio della programmazione dei piani d’offerta formativa.

Per una revisione delle relazioni industriali

Un sistema moderno di relazioni industriali è necessario. Anziché ragionare, come il Governo Renzi, per progetti dirigistici di unificazione forzosa del sindacato confederale o di revisione della rappresentanza aziendale, materie da lasciare all’autonomia delle parti sociali (sanando però legislativamente il vulnus generato da alcune decisioni aziendali che hanno discriminato alcuni sindacati, nello specifico la decisione della Fiat di escludere la Fiom, per ora risolta solo in base ad una sentenza della Corta Costituzionale), sarebbe utile ragionare lungo tre assi:

  • Un ampliamento della capacità del sindacato di offrire servizi, ad esempio favorendo il modello olandese di sindacato che opera nel settore dell’orientamento professionale e dell’intermediazione fra domanda ed offerta di lavoro, valorizzando la sua diffusione capillare fra le imprese e quindi la sua conoscenza dei mercati del lavoro locali;
  • Un cambiamento di approccio nelle relazioni industriali, basato su uno scambio fra minore conflittualità e maggiore capacità del sindacato di controllare, ed eventualmente incidere, sulla gestione aziendale, mediante strumenti di cogestione alla tedesca per le imprese medio-grandi, e di maggiore consultazione della rappresentanza sindacale aziendale nelle PMI riguardo le scelte strategiche del management;
  • Un ampliamento della rappresentanza sindacale anche nelle unità produttive inferiori ai 15 addetti, dove non vi sono le Rsu/Rsa, con figure innovative, come ad esempio il rappresentante territoriale unico.

Per una politica moderna dell’immigrazione e dell’accoglienza

La questione migratoria ha un evidente riflesso economico, per la presenza di flussi di manodopera da collocare, e per l’effetto vivificatore che l’immigrazione esercita su assetti demografici, come quello italiano, caratterizzati da invecchiamento e declino, con ricadute potenzialmente dannose sul sistema del welfare, e in particolare su quello previdenziale.

Un approccio moderno alla questione deve abbandonare la xenofobia, considerando l’immigrazione una risorsa per un Paese in declino (recenti analisi Unioncamere mostrano come le imprese gestite da immigrati siano per certi versi più vitali di quelle gestite da italiani, anche se non in termini di valore aggiunto complessivo). E però deve abbandonare anche il buonismo ideologico dell’accoglienza illimitata. Il fenomeno migratorio è strutturale, dipende da differenziali di sviluppo ed è quindi non eliminabile con misure repressive, ma ciò non significa che non debba essere governato.

Governarlo significa, al netto delle questioni dei rifugiati politici, che sono già regolate da accordi internazionali (da rivedere al fine di garantire una più equa distribuzione dei flussi fra gli Stati membri della Ue) determinare annualmente i flussi di immigrazione per lavoro che il sistema produttivo e sociale può sostenere, comprensivi dei profili professionali richiesti (selezionandoli primariamente fra i rifugiati politici e da guerre presenti sul territorio e dotati dei requisiti richiesti), e stipulare accordi internazionali con i Paesi di partenza per effettuare la selezione in tali Paesi, e non sul nostro territorio, sia degli aventi diritto ad essere considerati rifugiati politici e da guerre e dei relativi ricongiungimenti familiari, sia dell’immigrazione per motivi professionali. Significa negoziare in sede europea il riavvio di una operazione come Mare Nostrum, a gestione italiana ma finanziata dalla Ue (atteso che il problema dei migranti non è solo italiano). Significa, infine, tornare a fare politica estera, utilizzando in modo più efficace e mirato la cooperazione allo sviluppo, a favore dei Paesi di origine principale dei flussi migratori diretti verso l’Italia, in cambio di un maggior controllo delle proprie frontiere.

3.     Bibliografia

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[1] Il documento esprime la posizione del Network per il Socialismo Europeo, ed è stato materialmente predisposto da Riccardo Achilli

[2] In un recente articolo, Sapir stima che la svalutazione necessaria all’economia italiana per ripartire sarebbe, approssimativamente, pari al 25-27%.

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