DALL’EMILIA ROSSA DEL MODELLO EMILIANO ALL’EMILIA INCOLORE E LACERATA DI OGGI

Intervento per la prima assemblea regionale di Sinistra Italiana Emilia-Romagna

14 maggio 2016

Per quello che è stato chiamato il “modello emiliano” rinvio a questo articolo.

Schematicamente, se dovessi ricordare alcuni momenti simbolici dalla Liberazione e dagli anni duri che l’hanno seguita alla pienezza del modello emiliano, citerei l’eccidio del 9 gennaio ’50 a Modena, la lotta delle Reggiane, i primi villaggi artigiani, le scuole dell’infanzia di Malaguzzi a Reggio, il centro storico di Cervellati a Bologna, la nascita della Regione nel 1970.

Il modello emiliano è sintetizzabile in una società relativamente stabile e coesa (nella narrazione classe operaia + ceti medi + politiche keynesiane e buona amministrazione degli enti locali). Il tutto garantito in via principale da quel fenomeno peculiare che fu il PCI emiliano-romagnolo, nutrito insieme da una organizzazione potente e disciplinata, da un sano pragmatismo, dalla eredità del municipalismo e del riformismo socialista e, non da ultimo, dalla fiducia nell’Unione Sovietica. Senza con ciò sottovalutare l’apporto socialista soprattutto nella fase unitaria socialcomunista e lo stimolo, anche dall’opposizione, del cattolicesimo sociale che ha in Emilia una antica tradizione.

Il modello emiliano si è dissolto progressivamente nel tempo sotto l’effetto di due fattori: da una parte le grandi trasformazioni economiche e sociali dell’epoca postfordista ,della globalizzazione e della piena libertà di movimento dei capitali; dall’altra il cedimento della sinistra, incapace di reggere alla offensiva neoliberista, la cui egemonia si è sviluppata in tutta la sua potenza dopo la fine del socialismo reale.

I cambiamenti economico-sociali

Il tratto più significativo è il passaggio da una società relativamente stabile e coesa a una società frammentata e sfilacciata frutto della globalizzazione e delle politiche economiche e sociali che la hanno accompagnata e che la crisi successiva al 2008 sta ulteriormente aggravando. Pensiamo al cambiamento radicale dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro, alla riorganizzazione dei sistemi interni di produzione, che passa dal verticalismo fordista all’orizzontalismo della lean production, alla riduzione del peso della classe operaia e alla sua maggiore articolazione interna, alla gerarchizzazione delle imprese dei distretti con l’emergere di molte piccole multinazionali ”tascabili” e la subordinazione delle imprese minori e degli artigiani nelle nuove filiere produttive, alla pratica generalizzata delle delocalizzazioni e dell’ outsourcing, alle nuove figure di precariato colto e non colto cui si prospettano uberizzazione e voucherizzazione. Una lunga catena, senza confini netti, di figure sociali dipendenti, semidipendenti, autonome e di disoccupati. Una classe operaia che perde il senso della sua identificazione sociale, integrata nel segmento inferiore di ceti medi politicamente indifferenziati, e oggi colpiti dalla crisi e quindi in via di sprofondamento verso la povertà Infine sovrapposto alla metà più bassa di questo universo l’arrivo degli immigrati.

Alcuni dati

Occupazione nell’industria in senso stretto in calo da 545.000 (1993) 522.000 ( 2015), 27% della base occupazionale. Occupazione nei servizi da 958.000 a 1.224.000. Al suo interno la massa degli “indipendenti”( da 181.000 unità a 318.000 ), dentro la quale si nascondono molte false partite IVA e forme degeneranti di precariato. Combinando i dati, constatiamo che la platea occupazionale della nostra regione è costituita, per almeno il 25%, cioè per circa un addetto su quattro, da figure a vario titolo precarie. Il bacino di immigrati regolarmente soggiornanti in Emilia Romagna è di quasi 540.000 unità (cui forse occorre aggiungerne altri 50.000 irregolari). I voucher nel 2015 sono arrivati a 14,3 milioni con un aumento sul 2014 del 63% , interessando circa 115.000 lavoratori. Il 10% delle famiglie emiliane è posizionato nel quinto più basso della distribuzione dei redditi, quindi nelle condizioni di povertà più gravi, pur lavorando e quindi percependo un reddito. Un ulteriore 14% si colloca nel secondo quinto, quindi in condizioni di povertà relativa. Abbiamo un 19% di giovani di età compresa fra i 15 ed i 29 anni che non studiano, non fanno alcuna attività formativa e non lavorano, i famosi NEET. Un bacino di oltre 50.000 ragazzi destinato ad una condizione di emarginazione perenne, perché inabilitato ad acquisire le competenze di base necessarie per accedere al mercato del lavoro. Un bacino in crescita: nel 2004, era del 10%.

Il tutto sullo sfondo di una crisi in cui l’Emilia-Romagna ha perduto circa il 20% delle sue capacità produttive, ben visibile anche nel calo delle imprese artigiane. I disoccupati in ER nel 2015 sono 161.000, erano 75.000 mila nel 2005. In dieci anni sono più che raddoppiati.

I cambiamenti politici e culturali

Il dato più significativo è che come a livello nazionale, anche a livello emiliano possiamo parlare di scomparsa del Movimento operaio, nell’accezione di quell’insieme di organizzazioni partitiche, sindacali, sociali e di istituzioni, tenuto unito da una visione in senso lato  socialista e solidaristica e da un sentimento di autonomia e di distinzione dalla borghesia e dai ceti proprietari. Da notare che questa scomparsa è più netta in Italia che in alcuni paesi europei di tradizione socialdemocratica, pur anch’essi investiti dall’onda neoliberale. Non penso solo alla scomparsa del Pci e del Psi, ma anche alla trasformazione corporativa a semplici agenzie di servizi  di quel vasto aggregato delle organizzazioni di massa che facevano da corona ai partiti della sinistra. Impressionante in questo senso è la trasformazione della cooperazione, di cui l’Emilia-Romagna è stata la culla, assorbita con le sue imprese maggiori in un indistinto mondo imprenditoriale manageriale, integrato nella logica di un mercato spesso segnato da cattivi rapporti con la politica e a volte anche con cose peggiori. Nel contempo la nuova generazione di cooperative sociali ha più le caratteristiche di un fenomeno indotto dal restringimento e dall’impoverimento dell’area pubblica, di una risposta in termini di minori costi e di minori diritti alla ritirata del pubblico, piuttosto  che di una risposta dal basso a nuovi bisogni sociali, di una sorta di virtuosa sussidiarietà orizzontale. Il sindacato è l’unico soggetto che resiste, ma con le difficoltà evidenti di mancanza di espansione nelle nuove realtà professionali, siano quelle del proletariato cognitivo che quelle dei nuovi strati di working poors. Anche fra i lavoratori dipendenti classici, quelli non ancora toccati dal job’s act, prevale la paura per il posto di lavoro, per i licenziamenti facili, per le sempre più frequenti pratiche di delocalizzazione di rami d’azienda o di intere aziende (si veda il bel film del 2014 dei fratelli Dardenne “Due giorni, una notte” in cui l’assemblea dei lavoratori è posta di fronte al ricatto fra il licenziamento della lavoratrice più debole o la perdita del premio di produzione). Questa situazione non è  frutto solo della crisi di questi ultimi anni, quanto della illimitata libertà di movimento dei capitali che abbiamo iscritto anche nei trattati della UE. Incidono inoltre i mutati rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nel paese, la teorizzazione del pensiero dominante contro i sindacati e i corpi intermedi, il clima antisindacale alimentato dai media e esaltato dal governo Renzi. Le lotte sono quasi sempre difensive (vedi per tutte la Saeco di Bologna). Fanno eccezione lo sciopero unitario recente dei metalmeccanici per il contrato nazionale e le lotte molto dure e combattive di alcuni comparti di lavoratori immigrati sfruttati nei sistemi di outsourcing della logistica e della industria alimentare, gestiti nel più dei casi da cooperative spurie, quando non apertamente mafiose (vedi l’Ikea di Piacenza o la Castelfrigo di Modena). In questo quadro è sicuramente Importante l’iniziativa referendaria lanciata dalla Cgil e la raccolta firme per il nuovo Statuto dei lavori, un tentativo intelligente per rispondere con una apertura più ampia  a questa disarticolazione del mondo del lavoro. Ma la relativa facilità con cui sono passate prima la riforma Fornero, poi il job’s act, ci dicono come il sindacato faccia fatica a collocarsi nella nuova realtà e a liberarsi del rimpianto dei vecchi tavoli concertativi, mentre una parte di esso pensa di cavalcare impunemente l’onda Marchionne dei contratti decentrati, compensati qua e là da pacchetti di welfare aziendale.

Tuttavia è sul terreno politico che si avvertono di più gli effetti della rivoluzione conservatrice della fine anni ’70 e l’egemonia del pensiero neoliberista. Questa egemonia, che si è manifestata in modo molecolare in un vero e proprio cambiamento antropologico, segnato dalla crescita dell’individualismo, dal consumismo esasperato, dalla logica della competitività fra le persone e dalla paura, ha messo in un angolo la cultura della solidarietà, del welfare e del ruolo del pubblico. Da qui anche l’apatia crescente che vediamo nell’incremento dell’astensionismo e di una visione cinica e liquidatoria della politica come semplice malaffare. E’ cambiata non solo la composizione delle classi sociali, ma anche la loro autopercezione e il sistema di valori.  Come in Europa con l’asse Blair/Schroeder della terza via , anche in Italia la rivoluzione neoliberale ha investito l’evoluzione del Pci dopo la Bolognina. Gli eredi del Pci (salvo le correnti di sinistra, che però non sono riuscite a delineare una prospettiva che non fosse meramente identitaria, quando addirittura non si sono perse dietro movimenti orientati prevalentemente sui diritti civili) si sono progressivamente immersi nella corrente del neoliberismo, magari in versione social-liberale, inteso comunque come il corso ineludibile e in ultima istanza vittorioso, della storia (chi scrive ne è stato parte per tutta una fase del suo impegno politico e lo testimonia autocriticamente). Renzi viene fuori da qui. Non è un hyksos arrivato da Marte, ma la conclusione in forma esasperata di un processo cominciato da anni.

L’Emilia di oggi

In Emilia questa rivoluzione ha cambiato dall’interno quella socialdemocrazia sui generis che era il Pci emiliano, che per lunghi anni aveva potuto praticare un buon compromesso con il capitalismo locale in forza dell’alleanza classe operaia-ceti medi, del protagonismo della Regione e degli Enti Locali, e del mantenimento della riserva ideale del socialismo, di una trasformazione socialista sempre possibile, e mai rinnegata. Garantita, anche se in modo sempre più problematico, dalla stessa esistenza della Unione Sovietica.

La cultura del PD oggi ha rimosso le classi e il conflitto e dunque l’obiettivo del soggetto pubblico come gestore dei processi di trasformazione economica e sociale. La sua politica si riduce all’obiettivo di garantire una governabilità sempre più marginale e funzionale ai presunti meccanismi automatici del mercato, che trovano nella cultura politica e nei trattati dell’Euro la loro consacrazione. In Emilia il punto più significativo di questa deriva è rappresentato dallo scadimento delle politiche pubbliche locali come si può vedere nell’impoverimento dei servizi, nella loro privatizzazione e precarizzazione, ma anche nelle politiche urbanistiche e ambientali piegate agli interessi immobiliari e responsabili di un consumo illimitato del suolo. Sono questi gli effetti delle politiche nazionali ed europee di austerità e di taglio della spesa pubblica. Ma quello che più colpisce è che tante volte queste politiche non vengono giustificate dagli amministratori locali come imposte dal quadro nazionale ed europeo, bensì vengano presentate come un valore, come pratica di efficientamento del pubblico e di liberazione del mercato. Una sorta di “cupio dissolvi” di quelle politiche pubbliche che sono state il punto di maggior prestigio e di forza dell’Emilia-Romagna degli anni scorsi. Aggiungiamo inoltre che la infiltrazione mafiosa ha poi aggiunto un colpo molto grave sia nell’orditura economico-sociale sia nell’immagine e nell’autostima della nostra regione.

Mi verrebbe da dire che guardata da sinistra questa regione si presenta, per il soggetto politico che vogliamo costruire, come un campo devastato dalla grandine. Certamente si tratta di un giudizio molto drastico. Che richiederebbe tante specificazioni e distinguo. Ma lo propongo per sottolineare la frattura storica  che si è determinata in confronto alla fase del “modello emiliano”. Uso questo giudizio anche come provocazione intellettuale per verificare la condivisione o meno fra di noi della analisi qui proposta.

Un’alternativa regionale e nazionale

La politica della Regione e degli Enti locali ha naturalmente spazi molto ristretti dentro la camicia di forza deflazionistica del governo nazionale e dell’Unione Europea. Ma intanto noi dovremmo incalzarla per invertire la rotta delle privatizzazioni e rilanciare e integrare il welfare pubblico, con particolare attenzione alle nuove sofferenze legate ai problemi dell’abitazione e ai processi di integrazione degli immigrati. Dovremmo pretendere che siano corrette drasticamente le politiche urbanistiche e ambientali. Dovremmo lavorare per un modello di sviluppo della nostra regione, che sappia andare oltre lo spezzettamento settoriale delle “smart specialisation”, che va molto di moda nel governo regionale attuale, fondato sull’illusione che determinati settori di specializzazione della politica industriale possano fornire un effetto propulsivo sull’intera matrice territoriale. Tutto questo inquadrato in una proposta di politica economica che rovesci le linee dominanti del governo Renzi e dell’Europa, consapevoli che sull’attuale strada l’Europa sta marciando verso un suo disastroso disfacimento. Bisogna proporre a tutti i livelli, sulle scale compatibili, l’idea di un ruolo pubblico forte, del tipo della programmazione proposta dai recenti lavori di Mariana Mazzucato. Per ricorrere a un altro economista non mainstream, potremmo pensare allo Structural Keynesian Box di Thomas Palley, che prevede di costringere le multinazionali e i mercati finanziari dentro un quadro di globalizzazione governata, di politiche sociali socialdemocratiche, e politiche di pieno impiego e di mercati del lavoro basati sui diritti e la solidarietà

Mi rendo conto che a proporre cose di questo genere nell’attuale contesto italiano e internazionale si corre il rischio di esporsi alla ironia à la De Gaulle del “vaste programme”. Ma non possiamo rinunciare a una visione alternativa in cui inquadrare anche i piccoli passi e le lotte quotidiane. Un Partito non cresce solo da una somma di lotte e di movimenti che peraltro oggi stentano e spesso si sviluppano in modo silente e disgregato (magari ci fossero anche in Italia le nuits debout della Francia di oggi!). Un partito si afferma se ha una visione generale. Se ha una sua idea di cosa proporre al posto di questo capitalismo globale basato sul restringimento della democrazia, sulla distruzione del potere del lavoro e sulla devastazione ambientale. Se ha una sua idea di politica economica macro e micro. Infine se sa darsi un modello di organizzazione che incroci virtuosamente il livello orizzontale delle esperienze e dei movimenti dei territori con quello verticale della strategia e delle decisioni relative.

Il nuovo soggetto politico

Dove possiamo trovare le risorse per costruire questo Partito? Credo in primo luogo dobbiamo guardare a quella area non più giovanissima di militanti e di elettori proveniente dal Pci-Ds-Pd, che in parte è già uscita e sta con noi, in parte si è aggregata al movimento grillino, in parte si è ritirata nell’astensione, in parte ancora sta nel Pd ma con un piede fuori dalla soglia di casa. Si tratta di persone politicizzate da tempo, come anche quelle che in questi anni si sono raccolte in SEL e in altre formazioni di sinistra, nonché in gruppi rimasti fedeli alla tradizione della sinistra socialista e del cattolicesimo sociale. Poi c’è il vasto mondo dei giovani che non hanno vissuto questa storia e sono cresciuti nei più vari movimenti di questi anni. Sono avanguardie interessanti, culturalmente attrezzate, diverse non solo dalla mia generazione, ma anche da quella di mezzo, per la loro sensibilità e per le loro pratiche politiche. Sono risorse preziose senza le quali il nostro progetto non può neppure decollare. Ma sono appunto avanguardie. Il resto è tutto da costruire e lo possiamo fare solo immergendoci nelle concrete realtà delle lotte e delle sofferenze sociali.  Bisogna riconnettere i fili dispersi del lavoro, le lotte per l’occupazione, per i redditi e per i diritti, dalla scuola, alla sanità, alla casa. Bisogna assumere in modo più pieno e convinto la prospettiva di un nuovo modello di sviluppo ecologicamente compatibile. Il lavoro resta comunque al centro di ogni strategia che abbia l’obiettivo di accumulare le forze per rovesciare quella logica e per aprire una nuova fase.  Questa fase non potrà essere solo il recupero delle conquiste del compromesso socialdemocratico del secolo scorso, ma dovrà avere obiettivi più ambiziosi sia in termini di diritti sociali e civili, sia soprattutto in termini di governo dello sviluppo economico e ambientale. Riunificare il mondo del lavoro resta comunque l’esigenza primaria, tutt’altro che facile da soddisfare, perché non servono le semplificazioni ideologiche e le illusorie riduzioni ad unum. Bisogna indagare materialmente tutte le pieghe della nuova articolazione sociale, anche quelle che sembrano più lontane dal lavoro dipendente, per essere capaci di elaborare piattaforme politiche e sindacali capaci di far emergere le connessioni e gli interessi comuni. Il lavoro come base per alleanze che poi devono andare molto oltre, per costruire un nuovo blocco sociale che abbia l’ampiezza e la capacità egemonica di altri blocchi sociali di altre epoche storiche.

Un nuovo soggetto politico della sinistra non potrà non contenere diverse culture politiche. Ma io credo che esso non decollerà se non avrà al suo centro come asse portante la lettura del capitalismo nelle sue concrete trasformazioni e nelle nuove contraddizioni che esso presenta a livello mondiale, come nella nostra vita quotidiana. Per questo può sembrare paradossale, ma la cultura più preziosa di cui non potrà fare a meno, è ancora quella del vecchio socialismo. Da esso sono nati, pur tra divisioni e sconfitte, i soggetti storici della sinistra del ‘900. Il socialismo storicamente nasce come antitesi al capitalismo, presuppone un punto di vista autonomo e critico su di esso e un protagonismo delle masse popolari. In questo è ancora un valore essenziale, da cui non si può prescindere. A chi pensa anche fra di noi che il ‘900 non ha più nulla da dirci io rispondo che abbiamo ancora bisogno di parlare di capitalismo e di socialismo, che abbiamo ancora bisogno di Marx e di Keynes.