CONTRIBUTO PER L’ASSEMBLEA NAZIONALE “ COSMOPOLITICA”

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L’imminenza di un appuntamento cruciale per il futuro della sinistra italiana, rappresentato dall’evento di lancio del nuovo soggetto unitario, nei giorni dal 19 al 21 Febbraio prossimi, ci sollecita a proporre alcuni spunti di riflessione. Partiamo dalla consapevolezza, riteniamo comune a tutti, che quella che si aprirà sarà l’ultima occasione per rilanciare una sinistra di Governo per il nostro Paese. Se disgraziatamente dovessimo perdere questa opportunità, consegneremo l’Italia ad un devastante gioco fra una nuova destra, appoggiata però sui dettami neoliberisti di sempre, e caratterizzata da un inedito tentativo di costruire trasversalismo sociale anche sulle classi danneggiate dalle sue politiche, e la demagogia di movimenti plebiscitari, connotati da inquietanti derive autoritarie (nascoste dietro la finzione della democrazia del web), xenofobia più o meno esplicita e programmi economici sfavorevoli ai ceti popolari. La sfida che abbiamo di fronte è per la sopravvivenza, a fronte di un tentativo di costruire egemonia culturale rimettendo in discussione persino la distinzione fra destra e sinistra, ridotta a differenziazione fra “conservatori” e “riformatori”, oppure fra “europeisti” e “euroscettici”. Una nuova categorizzazione della politica estremamente perniciosa, perché tende, sull’onda lunga della “fine delle ideologie” teorizzata da più di vent’anni, ad eliminare dall’agone politico la battaglia sui valori di riferimento, sulle visioni del mondo e sugli interessi di classe, per sostituirla con una mera distinzione di posizioni su specifiche politiche o scelte di campo geostrategiche. Riducendo la politica ad un mero elenco di cose da fare (le famigerate riforme) legate alle stesse scelte di campo internazionali, senza più collegamento diretto con gli specifici interessi dei diversi ceti sociali, la ragione stessa di esistenza della sinistra scompare, ed il sistema politico si riduce ad una brutale semplificazione verticale, concentrando sul leader acclamato un mandato generale di condurre il Paese senza più alcun momento di confronto e riflessione con gli interessi sociali coinvolti. Non a caso, funzionale a questa politica senza anima né contatto con gli interessi popolari, si dipana un progetto di liquefazione dei corpi intermedi di rappresentanza, non più visti come punti di sintesi ed elaborazione di domanda sociale, ma come ostacoli al rapporto mistico fra il leader ed un popolo sostanzialmente sottomesso, privato di strumenti di analisi politica e di reale capacità di incidenza sulle grandi scelte, manovrato dagli opinion maker, imbottito di comunicazione sostitutiva del dibattito e dell’approfondimento dei temi. Da quanto sopra, è evidente che se la sinistra vuole tornare ad avere uno spazio di protagonismo politico e culturale (avendo appreso da Gramsci che i due momenti di protagonismo sono strettamente legati fra loro ed inscindibili l’uno dall’altro) a fronte delle parole d’ordine che si impongono nel nuovo scenario, ovvero leaderismo, verticalizzazione, liquefazione, orizzontalismo interclassista, occorre contrapporre parole d’ordine contrarie. Quindi al leaderismo associato ad una illusione di partecipazione diretta (in realtà ampiamente manovrata e depotenziata) occorre contrapporre il concetto di rappresentanza. Alla verticalizzazione dei poteri occorre contrapporre il concetto di socializzazione responsabile e democratica dei grandi temi. Alla liquefazione ed all’interclassismo occorre contrapporre la solidità organizzativa e la visione classista della società, sapendo che il grande tema in gioco, in questi anni, è la ridefinizione del rapporto fra capitale e lavoro, attuata destrutturando i mercati del lavoro, precarizzando le esistenze e smantellando lo Stato sociale. Al concetto di uomo solo al comando che procede per accumulazione di singoli provvedimenti, occorre contrapporre il concetto di programmazione pubblica di lungo periodo, che presuppone un recupero di valore e funzioni per lo Stato e la Pubblica Amministrazione. Si tratta di scegliere fra queste parole d’ordine contrapposte. Cioè scegliere se vivere o morire. 2 Questo frangente così drammatico non può risolversi con la demagogia della speranza. Siamo realisti e sappiamo che fa parte della cassetta degli attrezzi della politica, ma non è adeguata alla fase che stiamo vivendo. La narrazione, la speranza come messaggio apodittico, una visione eccessivamente buonista della globalizzazione, sono elementi utili per governare società sazie, piene di opportunità ben distribuite, dove il conflitto sociale si è smussato in una comunità dell’abbondanza, o in una credibile promessa di realizzazione della stessa, e dove quindi la politica deve occuparsi di gestire la quota fisiologica ed umana di tensione ed angoscia per il futuro. Ammesso e non concesso che una società simile sia mai esistita, oppure, più realisticamente, che il riflusso individualistico degli anni Novanta abbia potuto produrre l’illusione che si andasse in questa direzione, la crisi epocale che ancora stiamo vivendo ha rimescolato completamente le carte. La fuoriuscita neoliberista alla crisi ha prodotto una nuova, e più aspra, polarizzazione sociale, facendo sprofondare il ceto medio verso povertà e precarietà. La minore tenuta dei ceti medi ha rimesso in discussione la stessa democrazia politica, facendo riemergere prospettive inquietanti di chiusura del processo decisionale entro élite tecnocratiche non più legate alla comunità nazionale, ma divenute apolidi. Lo stesso concetto di globalizzazione, che la sinistra degli ultimi vent’anni ha vissuto in forma culturalmente ancillare rispetto ai dogmi liberali, oggi mostra il suo volto feroce. L’appartenenza all’euro ci impone politiche del tipo “follow-the-leader”, che si traducono in una drammatica deflazione/svalutazione di salari e diritti sociali. La globalizzazione non ci mette al riparo dall’insorgenza di una nuova guerra mondiale condotta per micro-scenari regionali. Le migrazioni, frutto amaro del neoimperialismo, rimettono in discussione l’approccio buonista dell’accoglienza incondizionata, producendo frizioni lavorative, sociali e culturali non più trascurabili dalla sinistra, perché provenienti da quelle classi popolari che dovremmo rappresentare (e che infatti, senza una risposta di sinistra sul governo di tali flussi, derivano in modo preoccupante verso l’offerta xenofoba ed isolazionistica delle destre). Torna prepotentemente all’attenzione dell’agenda politica il tema della comunità locale e nazionale e del suo rapporto con la globalizzazione, un tema che non può essere affrontato né con gretti localismi ma nemmeno con una adesione acritica alla globalizzazione ed a un europeismo utopistico e mai realizzatosi, e non può essere demandata alla Nouvelle Droite ed ai suoi miserrimi epigoni italiani. Abbiamo già misurato in questi anni come non solo le politiche delle classi dominanti, ma la stessa architettura delle istituzioni europee imperniate sulla austerità e su una banca centrale senza un corrispettivo Stato federale, abbiano esasperato i conflitti fra i vari interessi nazionali, e alzato una barriera contro politiche progressiste che pare invalicabile, come sta misurando in questi mesi anche la Grecia. I sogni del Manifesto di Ventotene si sono trasformati in un incubo. Dunque bisogna cominciare a pensare anche, come piano B, alla ipotesi concreta di una politica senza Euro, riportando allo Stato nazionale la gestione della moneta e le principale scelte economiche e recuperando la collaborazione europea e internazionale in termini di accordi fra gli Stati, e non di interessi dei capitali. Più in generale, dobbiamo muoverci con un punto di vista critico sul capitalismo, critico e consapevole delle sue contraddizioni e della necessità di intervenire su di esse con le correzioni necessarie, e con un punto di vista autonomo da quello delle classi dominanti. Sapendo che all’odg non c’è la sua sostituzione con un altro sistema totalmente alternativo (qui giocano ancora le aporie messe in luce dal fallimento del socialismo reale), ma una profonda riforma che cambi i rapporti fra capitale e lavoro e fra capitale e Stato. Si tratta di unire insieme gli obiettivi che tradizionalmente si raccolgono sotto il termine di giustizia sociale e gli obiettivi di un nuovo modello di sviluppo ecologicamente e socialmente compatibile, che il mercato non è da solo in grado di garantire. Anzi, come abbiamo visto in questi anni, rende sempre più difficili da raggiungere. Questa può essere oggi una 3 definizione proponibile di socialismo, come volontà di controllare le logiche irrazionali del capitalismo (quelle che Marx riassumeva nella formula della produzione per la produzione) e di garantire uno sviluppo equo e di qualità. A questo fine il keynesismo e il marxismo sono due fonti necessarie da cui non si può prescindere. Ed in questo senso, si richiede un ruolo radicalmente diverso della mano pubblica. A questo proposito interviene il prezioso recente contributo di Mariana Mazzucato sullo Stato imprenditore/innovatore. La novità di questa impostazione è che l’autrice va ben oltre il keynesismo del deficit spending, che pure sarebbe una manna in questa fase di austerità cupa e suicida. Essa non è riducibile neppure a una semplice indicazione tipo “più stato meno mercato”. La Mazzucato non rinchiude l’intervento pubblico nell’ambito della risposta ai fallimenti del mercato, e per ciò stesso non accetta di sottoporlo alla contrapposta teoria dei fallimenti dello Stato. L’obiettivo è più ambizioso e si connette a quello che correntemente chiamiamo nuovo modello di sviluppo. In un suo recente saggio l’autrice indica il cambiamento climatico, la disoccupazione giovanile, l’invecchiamento e la crescente ineguaglianza come le sfide sociali poste davanti al capitalismo contemporaneo. Di fronte a questa situazione, ella pone il problema non tanto di regolare i mercati, ma di plasmarli e addirittura crearli per obiettivi pubblicamente e democraticamente definiti. Con altre parole tornano in mente quelle riforme di struttura proposte in anni lontani da una certa cultura socialista e comunista italiana, come quella di Lombardi e Trentin. Il mondo del lavoro, proprio perché è quello sulle cui spalle è stato scaricato il peso della rivincita neoliberista, non può non essere il perno dello schieramento che abbia l’obiettivo di rovesciare quella logica e di aprire una nuova fase. Questa fase, per quello che abbiamo detto, non sarà solo il recupero delle conquiste del compromesso socialdemocratico, ma avrà obiettivi più ambiziosi sia in termini di diritti sociali e civili, sia soprattutto in termini di governo dello sviluppo. Riunificare il mondo del lavoro è dunque l’esigenza primaria, tutt’altro che facile da soddisfare, perché non servono le semplificazioni ideologiche e le illusorie riduzioni ad unum. Bisogna indagare materialmente tutte le pieghe della nuova articolazione sociale del mondo del lavoro, anche quelle che sembrano più lontane dal lavoro dipendente, per essere capaci di elaborare piattaforme politiche e sindacali capaci di far emergere le connessioni e gli interessi comuni. Pensiamo per esempio alle nuove figure lavorative della share economy. Il lavoro dunque come base per alleanze che possono andare molto oltre, per costruire un nuovo blocco sociale che abbia l’ampiezza e la capacità egemonica di altri blocchi sociali di altre epoche storiche. Queste sfide richiedono una capacità organizzativa che sia all’altezza. Non un leader salvifico, ma una intelligenza collettiva, che sappia rappresentare le tante sfumature di una realtà sempre più complessa e conflittuale. Non un confronto fra “addetti ai lavori” o comunque minoranze politicizzate, che si incontrano su tavoli tematici per parlare a loro stesse per qualche giorno, mentre il Paese reale, quello deluso dalla politica, quello che non partecipa e non vota più, rimane per l’ennesima volta fuori dai cancelli. Ma la capacità di stare al cuore della disperazione, di vivere dentro le contraddizioni del presente. Per questo abbiamo dubbi su format tipo Leopolda. La Leopolda è un format che va benissimo alla destra, ma non è adeguato per la sinistra. E’ in fondo un luogo dove le classi dirigenti si incontrano, si rafforzano nei loro valori e nelle loro relazioni, e staccano generosi assegni per finanziare il leader (e quest’ultima è a bene vedere la ragione del successo elettorale di chi organizza le Leopolde). Evidentemente non sono questi gli interlocutori della sinistra, ed organizzare tavoli tematici per iscritti, militanti e chi è già simpatizzante della sinistra presuppone innanzitutto la proposizione preliminare di un quadro di 4 riferimento in cui iscrivere le ipotesi, anche alternative, di risposta a specifici argomenti. Se no il rischio è un parlarsi addosso inconcludente come è già successo in altri momenti. Soprattutto se si vuole consenso e uscire dall’isolamento, occorre essere presenti nelle fratture e nelle terre di mezzo. E per farlo occorre la rete sul territorio, occorre un lavoro paziente, occorre stare lì, nel cuore della crisi. E non è facile. E poi occorre saper sintetizzare in una proposta politica questo ascolto. In queste condizioni, una nuova stagione di una sinistra di governo capace anche delle necessarie alleanze sia sul piano politico che sociale può rinascere soltanto da un processo attento di lavoro sulle condizioni sociali del Paese, di ascolto e quindi di proposta, su una piattaforma che oggi va tutta quanta costruita. Su un compromesso politico alto, che ri-politicizzi un Paese disperato, disilluso e sterilmente rabbioso. Un compromesso, cioè, che nasca dal basso, dal coinvolgimento dei soggetti sociali e delle loro problematiche reali, rivalorizzando la funzione di sintesi e rappresentanza, in un processo partecipato, dove i poli della rappresentanza e dell’autonomia dei soggetti sociali siano legati dialetticamente fra loro. Pensare di fare una sinistra di governo e di fronte ampio con un approccio verticistico, significa soltanto fallire. Per aggregare una domanda sociale, analizzarla e sintetizzarla in proposte, occorre un soggetto catalizzatore, cioè un partito. Non si potrà mai ricostruire un popolo di sinistra, dopo la lunghissima fase di depoliticizzazione, senza un soggetto autonomo in grado di promuovere cultura politica. Dopo l’assemblea del 19-21 Febbraio, ci si concentri soprattutto sul percorso di costruzione del nuovo soggetto politico. Rifuggendo da idee bizzarre, da riproposizioni di confederazioni, mutuate da malintesi riferimenti a realtà socio-politiche molto diverse dalle nostre. Serve un soggetto che rimescoli le identità politiche, non che le mantenga intatte ed autosufficienti. Se il personalismo e l’identitarismo sono problemi della sinistra italiana (e non solo), allora dentro il nuovo soggetto bisogna entrare con una leadership il più possibile collettiva, e con una sintesi. E qui, a prescindere dall’appuntamento di Febbraio, guardando più in direzione della fase costituente che si aprirà, e che durerà fino al prossimo autunno, servirebbe una conferenza di programma, organizzata a partire dai territori, in cui si dia incarico ad uno o più gruppi di lavoro di raccogliere ed organizzare le proposte dal basso in base alle diverse tematiche (l’organizzazione, ed i diversi tematismi del programma). Proposte dal basso che nascano da una reale fase di ascolto dei soggetti sociali, sui territori. Sulla base di questi documenti, si presentino diverse mozioni programmatiche ed organizzative ad un dibattito aperto, e quindi di queste si faccia una sintesi. E dopo, solo dopo, al Congresso costituente, si potrà procedere alla nomina degli organismi dirigenti unitari, cercando il massimo di distribuzione e condivisione della leadership. E’ evidente che nel nuovo soggetto confluiranno diverse culture politiche. Dall’ecologismo al femminismo, dai beni comuni alla politica dei diritti civili, dai temi della alienazione consumistica a quelli della “emergenza antropologica”. Ma noi crediamo che esso non decollerà se non avrà al suo centro come asse portante la lettura del capitalismo. Per questo può sembrare paradossale, ma la cultura più preziosa di cui non potrà fare a meno, è ancora quella del vecchio socialismo. Da esso sono nati, pur tra divisioni e sconfitte, i soggetti storici della sinistra del ‘900. Il socialismo storicamente nasce come antitesi al capitalismo, presuppone un punto di vista autonomo e critico su di esso e un protagonismo delle masse popolari. In questo è ancora un valore essenziale, da cui non si può prescindere. Bisogna ricostruire con pazienza e apertura mentale, avendo ben chiaro le coordinate del lavoro.

QUESTO DOCUMENTO E’ PROMOSSO DA:

RICCARDO ACHILLI – Potenza

LUCIA DELGROSSO – Pescara

STEFANO DELRIO – Cagliari

NICOLA DESSI’ – Vercelli

MELINDA DI MATTEO – Napoli

GIAN FRANCO FERRARIS – Alessandria

MARIO FRANCESE – Caserta

SIMONA GHINASSI STROCCHI – Livorno

DANILO GRUPPI – Bologna

MARCO LANG – Roma

PAOLINO MADOTTO – Roma

MARCELLA MAUTHE – Napoli

MARCO PROTO – Salerno

FABIO QUADRANA – Roma

ADRIANO ROMANO – Roma

PIETRO SERGI – Bologna

FRANCESCO SICILIANO – Caltanissetta

LANFRANCO TURCI – Modena