I partiti strutturati stanno morendo?, di Riccardo Achilli e Lanfranco Turci

Sett. 2015

Non c’è dubbio che negli ultimi trent’anni si siano verificati cambiamenti epocali, che possono così sintetizzarsi: la parziale liquefazione dei blocchi sociali novecenteschi, l’orizzontalità crescente delle forme di produzione introdotta dal toyotismo e dai criteri della lean production, l’emergere di un ceto medio marxianamente proletario ma sovrastrutturalmente auto-assimilatosi alla borghesia in termini di visione di sé stesso, il frazionamento della classe lavoratrice in segmenti diversi, non di rado artificialmente messi l’uno contro l’altro dalla stessa propaganda di sistema (si pensi al conflitto fra lavoratori a tempo indeterminato e precari, al conflitto intergenerazionale fra pensionati e giovani inoccupati) il rafforzamento di un conflitto fra piccola e grande borghesia, che si vede nella frattura interna alle filiere produttive fra committenza ed indotto di subfornitura, ma anche fra accesso ai mercati finanziari e al relativo profitto da parte delle grandi imprese, e sopravvivenza stentata, spesso segnata dalle crescenti difficoltà di accedere persino al credito ordinario, da parte delle piccole. Non c’è dubbio, inoltre, che tali cambiamenti pongano sfide molto serie al partito-massa novecentesco. Problemi di programma, di rappresentanza sempre più difficile della società (in termini di composizione di interessi sempre più frazionati). Ma vi è anche, nei Paesi più colpiti dalla crisi economica, una deriva di sfiducia per la politica e per le classi dirigenti. Ciò, da un lato, si traduce in un crescita della disaffezione elettorale, e dall’altro in un atteggiamento anti-casta che, specialmente nel nostro Paese, si traduce in un’adesione di massa a provvedimenti che tagliano le gambe alle stesse strutture organizzative dei partiti, come il taglio al loro finanziamento pubblico.

E’ preoccupante la soddisfazione diffusa circa tale deriva. Anche perché tra l’altro tale crisi si avverte specificamente in Italia, ed in altri Paesi mediterranei colpiti dalla crisi, mentre nell’area “core” dell’Europa, il partito tradizionale gode di migliore forma (si pensi alla Germania, dove il finanziamento pubblico ai partiti, commisurato ai voti presi ed ai finanziamenti privati ricevuti, esiste ed è cospicuo) quindi non c’è una base generale, comune a tutto il capitalismo nella sua fase attuale, che, in modo meccanicistico, porterà tutti quanti fuori dalla forma-partito tradizionale. Evidentemente struttura del partito e rapporto con la società va ripensato, ma credere che possa esistere esclusivamente, in società complesse e molto frammentate, la democrazia diretta degli Irochesi con strutture partitiche virtuali, referendum on line e meet up su internet è una favola. Pericolosa, peraltro.

Certamente spazi di democrazia diretta maggiori, e un ruolo più ampio dei militanti e della base in strutture partitiche de-verticalizzate, sono aspetti centrali in un assetto sociale dove i grandi blocchi di classe si sono in larga misura destabilizzati e sono più permeabili. Però, paradossalmente, il liquefarsi di questi blocchi sociali, per dirla alla Baumann, richiede una capacità di sintesi ancor più avanzata e difficile che in passato (quando la sintesi era affidata a dottrine ideologiche stabili che fornivano una piattaforma programmatica e di rappresentanza sociale per molti aspetti più facile da gestire). Il partito deve essere quel luogo dove, partendo dagli interessi primari dei gruppi sociali cui fa riferimento, si costruisce un compromesso globale, che in qualche modo tenga conto anche degli interessi degli altri gruppi, operando una sintesi generale ed originale.

Perché se la rappresentanza degli interessi non viene sintetizzata dentro una organizzazione partitica che, pur nell’unitarietà della visione della società, accoglie in un dibattito le diverse voci di classi sociali destrutturate al loro interno, allora questa sintesi la fa il leader. L’uomo solo al comando. Il modello renziano. La sintesi leaderistica della democrazia concentra sul momento del voto (cioè nel momento più delicato e manipolabile) la sola, possibile, manifestazione di democrazia, portando al potere un Capo che, un minuto dopo il voto, imposterà le sue scelte, dettate evidentemente dal gioco di gruppi di pressione economici, al di fuori da qualsiasi possibile dibattito che rappresenti il pluralismo degli interessi deboli. Si tratta di un’architettura che vede nel leader acclamato dal suo popolo il punto di equilibrio di tutti gli interessi divergenti della società, e che si traduce in una semi-divinizzazione del leader stesso, ed in una sacralizzazione del momento del voto, assimilato al passaggio liturgico con il quale si fa ascendere nell’Olimpo il leader, quando invece sappiamo che il voto è manovrato da umori, impulsi irrazionali, spesso guidati dai mass media, che realizzano in questo modo un loro disegno avulso dal consenso della società. Quando poi sappiamo che circa la metà degli elettori diserta sistematicamente le urne, e che vanno al governo leader votati da circa il 20% del totale del corpo elettorale.

Ma una visione liquida e virtualizzata di partito conduce anche a peculiari difficoltà nel governare quando si vincolo le elezioni. Se è vero che “vox populi, vox Dei” è una massima assolutamente fondamentale, è anche vero che la fase di governo prevede compromessi inevitabili, quando si deve operare anche sugli interessi di chi non ti ha votato, e che la scarsa chiarezza dei ruoli fra dirigenti con compiti istituzionali di amministratori, e base di militanza, conduce a fenomeni di difficile movimentazione dell’attività politica (vedi il caso di Livorno) oppure a disfunzionali ricatti della base sul vertice (si vedano i casi di parlamentari pentastellati espulsi per moti di rigetto di meet up territoriali). Andando a ledere, di fatto, un principio di autonomia (strettamente legato al principio di responsabilità implicito nella gestione di un incarico istituzionale) che è, semplicemente, un elemento di buon senso. Nella fase in cui i risultati di una politica non sono stati raggiunti, sindacare, da parte della base, sui comportamenti messi in atto per raggiungerli, senza possedere le stesse informazioni che possiede il vertice, oppure, peggio ancora, giudicare per simpatie ed antipatie o per impulsi non razionali, diviene un caso di decisione subottimale (poiché, come ci dice la teoria delle decisioni, l’ottimizzazione è vincolata alle informazioni in possesso ed al loro corretto e razionale processamento).

Spunti di riflessione per una nuova forma-partito

Quanto sopra dovrebbe essere sufficiente a delineare la ragione fondamentale per la quale i partiti devono esistere, per avere una democrazia reale e funzionale, in società complesse. Il problema di fondo è quindi quello di chiedersi “quali” partiti. Evidentemente i cambiamenti sociali profondi, accennati all’inizio, richiedono una forte dose di innovazione organizzativa. Non basta un formale riconoscimento delle correnti interne dei partiti. Che pure andrebbe fatto, senza cadere nell’associazione automatica fra “corrente” e spartizione di potere e di interessi, una associazione che avviene, guarda caso, proprio nei partiti-macchina, nei partiti permeati di leaderismo plebiscitario e non di piattaforme politico/culturali costruite collettivamente e nel dialogo. E non basta nemmeno una sburocratizzazione degli apparati, che è resa necessaria non solo da contingenze (il taglio al finanziamento pubblico) ma anche, e  soprattutto, dall’ingessamento dottrinario e organizzativo del vecchio partito novecentesco (il funzionario di partito stipendiato non ha alcun interesse ad adottare posizioni eterodosse rispetto a quelle della segreteria).

E anche il partito strutturato sui think tank pone problemi. Primo perché essi ripropongono una separazione artificiosa fra un ceto di intellettuali vicino alla politica e la base, quando invece si dovrebbe proporre quella “mobilitazione cognitiva” dal basso (per dirla con Barca) che costruisce un “intellettuale diffuso”. E poi perché la declinazione italica del think tank ha portato a degenerazioni specifiche. Da noi, i think tank sono divenuti i luoghi dove i singoli leader politici raccolgono, in modo non trasparente e non rendicontato alla comunità, finanziamenti e “consigli” delle lobby e di gruppi di interesse specifici. Qualcosa di molto diverso dai think tank tedeschi (in cui ce n’è uno solo per partito, e non uno per leader, e quella struttura, finanziata in parte con soldi pubblici, deve rendicontare pubblicamente i suoi finanziatori ed i suoi bilanci) che sono, invece, luoghi reali di elaborazione culturale (si pensi alla Fondazione Ebert, legata alla Spd).

Ci vuole ben altro, per parafrasare un’espressione tristemente nota a sinistra. Servono innovazioni che procedano sia dall’alto che dal basso dell’organizzazione partitica tradizionale. In una fase di grave perdita di coscienza di classe, ma anche di consapevolezza politica generale e basilare, il partito ha un ruolo primario di educazione politica. Che non può che passare per il tramite del ripristino delle vecchie scuole di partito, dove si formavano i quadri ed i dirigenti, che ovviamente, deve essere un’iniziativa di formazione politica primaria. Aperta quindi alla società nel suo insieme, non solo ai tesserati. Dove le possibilità offerte dalla tecnologia, a partire da quelle della formazione on line e telematica, vanno usate per diffondere l’iniziativa, renderla flessibile nei tempi e nei modi di erogazione, e di costo contenuto.

 E poi servono innovazioni dal basso. Siamo in una fase storica, che durerà molto a lungo (sempre che l’umanità duri anch’essa a lungo, senza estinguersi in una catastrofe ambientale che sembra imminente) in cui la globalizzazione renderà difficile un recupero di spazio di autonomia della politica rispetto all’economia. Tale recupero dovrà avvenire necessariamente su scala locale, nei territori, che rappresentano in parte l’antidoto, ed in parte la protezione, dagli effetti nefasti della globalizzazione. In questo quadro, il circolo di partito deve essere, per recuperare una tradizione del socialismo italiano, luogo di elaborazione di proposte politiche provenienti dalla società, ma anche luogo di mutua assistenza, unità di welfare comunitario di base. Un luogo da frequentare non solo quando c’è la riunione politica, ma anche quotidianamente, e non solo dai militanti e dai tesserati. Un luogo sempre aperto. Dove tenere scambi di prestazioni e servizi primari fra i cittadini, oppure raccogliere fondi per organizzare attività di assistenza sociale di prima urgenza.

Ed infine, forse la questione più rilevante di tutte, ovvero la democrazia interna, che non è sinonimo di primarie per l’elezione di un leader, cui si delega la conduzione del partito. Democrazia interna significa discussione della linea politica, messa al voto delle proposte del vertice, quando esse abbiano un contenuto particolarmente importante, ed anche recepimento, da parte del partito, di proposte maturate dal basso, elaborate dai militanti, quando esse raggiungano un quorum minimo di voti, o di circoli aderenti. Solo così l’elezione dei propri rappresentanti, a livello locale o nazionale, evita la deriva plebiscitaria tipica di un voto scollegato dagli argomenti proposti. Non basta presentarsi ogni quattro o cinque anni ad un congresso, con una mozione o un documento programmatico, e poi farsi votare perché si è più belli, più telegenici, le proprie lobby di riferimento hanno dato più soldi per fare una campagna elettorale maggiormente scoppiettante. Con la mozione che scivola in secondo piano rispetto all’immagine mediatica del leader. E’ necessario, invece, che il flusso bidirezionale di codecisione fra base e vertice sia continuo nel tempo intercongressuale, sia sotto forma di recepimento, ai vertici, di proposte elaborate dalla base, sia sotto forma di decisione di affidare al voto degli iscritti decisioni politiche di particolare rilevanza (come ad esempio ha fatto la Spd tedesca per decidere se entrare o meno in coalizione di governo con la Merkel). In questo senso, anche il riconoscimento delle correnti interne come formazioni stabili e permanenti assume un ruolo rilevante sotto il profilo democratico, se tali correnti non sono mere espressioni del capobastone di turno, ma di una elaborazione politico/culturale discussa collettivamente da un segmento del partito.

D’altra parte, una regola così impegnativa di democrazia interna presuppone equilibrio, perché non è democrazia il calpestare sistematicamente la necessaria autonomia di chi è stato eletto, che a livello parlamentare si esprime tramite l’assenza del vincolo di mandato. Se il flusso di dialogo e di decisione fra vertice e base deve essere continuo, e la discussione deve avvenire su tutto, non si può nemmeno permettere che vengano messe in discussione scelte che rientrano nella responsabilità esclusiva dell’eletto (come la scelta della composizione della squadra che lo accompagnerà) oppure decisioni di carattere comportamentale o su aspetti meramente tattici, che non coinvolgono gli obiettivi strategici che l’eletto si è impegnato a raggiungere. Per questo, tra l’altro, le proposte che vengono dal basso deve avere un quorum minimo di adesione per poter essere accettabili.

I rapporti fra partito, società e sindacati

 Un partito così delineato prospera se riesce a stabilire una corretta divisione dei ruoli, ed un corretto dialogo, con il suo ambiente di riferimento. In primis, nel rapporto fra militanti ed elettori, e più in generale con la società. Deve essere chiaro che lo status di militante, in questa sede, è necessariamente diverso da quello di semplice elettore o simpatizzante. Il militante ha fatto un investimento personale nel partito, e deve avere un ruolo specifico. Primarie aperte a tutti quelli che hanno due euro da dare sono un errore, snaturano la necessaria identità di classe e di interesse che il partito deve garantire, rendendolo un oggetto interclassista e anfibio, dall’identità incerta, camaleontica e cangiante. Un partito deve ambire a guidare i cambiamenti sociali, a partire dagli interessi espressi dai gruppi sociali che rappresenta, non essere trascinato dalla corrente di raggruppamenti sociali, più o meno effimeri, che si vengono a creare in determinati momenti storici, come una medusa che si fa trascinare dalla corrente, verso l’inevitabile spiaggiamento. E tra l’altro, in questo modo si svilisce il ruolo dei militanti, che, per aver investito personalmente, qualche diritto in più sulla conduzione del partito, rispetto ai meri simpatizzanti/elettori, dovranno pure avercelo.

Ciò evidentemente non significa fare comparti stagni rispetto alla società. Al contrario. Il ruolo fondamentale del militante di base è proprio quello di tenere il contatto con la società. Raccogliere fondi su progetti specifici, fungere da terminale di un sistema di ascolto della società che va anche messo a sistema, nel senso che occorre dotarsi, dentro il partito, di strumenti di elaborazione ed analisi delle istanze e delle tendenze della società, anche attraverso studi, monitoraggi continui e sistematici, da elaborare sotto forma di rapporti, che vanno consegnati agli organi dirigenti, ed in quella sede discussi ed analizzati approfonditamente. Una rete territoriale di militanti può divenire quindi il “sistema nervoso” diffuso capillarmente che raccoglie umori ed istanze, a beneficio di chi le centralizzerà per analizzarle ed elaborarle in un formato scientificamente corretto, leggibile e proponibile alla discussione.

Il rapporto con la società significa anche rapporto con il sindacato. E’ impensabile che la cinghia di trasmissione non ci sia, atteso che partito (di sinistra, ovviamente) e sindacato hanno il compito di tutelare gli stessi soggetti sociali. Dire però che la cinghia di trasmissione sia stata usata in modo efficiente, storicamente, è un’altra questione. E dipende da una sovrapposizione di ruoli, che, per certi versi, la crisi dei partiti tende a rafforzare, con il sindacato sempre più spesso chiamato a svolgere un ruolo di supplenza. Il dialogo funziona bene, evidentemente, nella distinzione dei ruoli reciproci. Il sindacato è chiamato primariamente a fare proposte, ed azioni concrete, per la tutela di interessi sociali specifici, ovvero quelli del lavoro. Il partito deve saper interagire in modo rispettoso sulle questioni che stanno dentro la sfera di competenza del sindacato, innestando tali questioni nell’ambito di una visione più ampia e più generale che deve essere quella di chi fa politica. L’allargamento eccessivo della sfera di azione del sindacato oltre le proprie naturali vocazioni, in primo luogo, lo indebolisce, perché il gioco dei compromessi trasversali fra i diversi tavoli di concertazione finisce per portare ad accettare concessioni sul piano della tutela del lavoro, per avere contropartite su altri piani di politica sociale, macroeconomica o industriale. E perché un sindacato politicizzato snatura il ruolo del partito: come detto, il partito non rappresenta un solo interesse, ma deve saper, partendo dagli interessi primari dei gruppi sociali cui fa riferimento, offrire un compromesso globale, valido anche per gli altri gruppi. Il sindacato, evidentemente, non ha questa missione di compromesso generale, né può averla.

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