Il ruggito del coniglio, di Riccardo Achilli e Lanfranco Turci

È uscito in forma clandestina, come indiscrezione di stampa, e senza bollinatura ufficiale di Palazzo Chigi (e poi faremo anche qualche considerazione su questa forma anomala di presentazione di documenti così delicati ed importanti), un documento di ambiente governativo che ribadisce la fede europeista, con accenti retorici e propagandistici, chiedendo esplicitamente una più intensa integrazione europea. Nell’obiettivo dichiarato di ottenere una maggiore integrazione europea, evidenzia una critica a come funziona oggi l’area-euro, e propone una serie di correttivi. In estrema sintesi, detto documento mette in guardia dal più che probabile tracollo per motivi politici, sociali ed economici, dell’area euro, per come è gestita oggi, e propone una serie di correttivi, fra i quali i più importanti sono:

  • una assicurazione europea contro la disoccupazione, con funzione anticiclica;
  • un rafforzamento del bilancio europeo, con risorse fiscali autonome, per effettuare investimenti strategici in innovazione tecnologica ed infrastrutture di interconnessione, anche con funzioni anticicliche, o, in una prospettiva di più lungo periodo, per creare un buffer con funzioni stabilizzatrici per correggere shock economici asimmetrici in Stati membri. Si propongono in parallelo regole fiscali comuni per evitare il dumping fiscale fra Stati membri, rafforzando quindi la competizione nel mercato comune;
  • un rafforzamento dell’Unione Bancaria, potenziando il backstop (cioè le risorse del fondo comune per affrontare crisi bancarie sistemiche) tenuto basso per volontà tedesca, e creando un fondo comune di garanzia dei depositi;
  • alcune limitate e vaghe riforme di governance dell’Unione europea. Sotto il profilo dell’efficienza, si raccomanda che le decisioni comuni siano prese con maggiore coerenza rispetto all’analisi preliminare ed alla valutazione di impatto delle riforme strutturali già implementate, con un orizzonte temporale di valutazione multiannuale. Ed inoltre si chiede una complementarità fra obiettivi di riforma imposti allo Stato membro, e obiettivi di lungo periodo che devono porsi le istituzioni europee. Qui si nota l’unico cenno critico verso la Germania, là dove si dice che queste politiche di svalutazione interna hanno l’effetto di spostare domanda da paesi in crisi verso la Germania, della quale non si cita però il dato del surplus della bilancia commerciale che rappresenta uno dei maggiori squilibri intereuropei. Si richiedono, in modo volutamente vago e quindi inefficace, un maggior coinvolgimento del Parlamento europeo e di quelli nazionali nelle procedure decisorie in materia economica.

Detto documento appare piuttosto simile, per proposte ed impostazione, ad un documento congiunto franco-tedesco, firmato, stavolta in modo ufficiale e senza canali clandestini di diffusione, da Emmanuel Macron, Ministro dell’Economia nel governo di Valls, con un passato da travet nei templi della pirateria finanziaria globalizzata (essendo stato funzionario di Rothschild) e da Sigmar Gabriel, vice Ministro dell’Economia del Governo Merkel, in quota socialdemocratica. Con alcune differenze: il documento franco-tedesco, ad esempio, propone anche un reddito minimo contrattuale, ovviamente differenziato per Stato membro, onde non mettere a rischio la dura deflazione salariale imposta alle economie mediterranee, e conservare un vantaggio salariale comparativo per i lavoratori nord europei. Il documento italiano si concentra sul rafforzamento dell’Unione Bancaria, che nell’altro non è citato.  Fa quindi pensare ad una iniziativa coordinata, forse come effetto del patto del tortellino firmato un’estate fa da personaggi in camicia bianca. Occorre dire subito che se questo è il risultato fondamentale di quel patto, e la summa del pensiero del socialismo europeo, si capisce perfettamente perché questo sia in profonda crisi.

Un cenno preliminare su tale documento. Non è un caso se Confindustria, tramite il suo giornale, ne lodi sperticatamente l’impostazione. Così come non è casuale che sia filtrato tramite un giornale id destra, come Il Foglio. E’ un riflesso storico, tipico, delle nostre classi dirigenti economiche e politiche, quello di affidare sulle spalle del vincolo esterno derivante dalla partecipazione all’Unione europea, una disciplina economica, fiscale e monetaria che non riescono ad imporre al Paese autonomamente. Ecco perché siamo, come oggi, sempre in prima fila in ogni sciocco tentativo di cessione di sovranità.

Detto questo, circa due anni fa, con lo straordinario spirito di sintesi tipico di un osservatore esterno, e quindi spassionato, il professor Shumpei Takemori, che insegna politica economica all’Università di Tokyo, aveva posto con estrema chiarezza le tre alternative possibili per superare quello che già allora appariva come un più che probabile sentiero di destrutturazione dell’area-euro, per i suoi difetti strutturali, e per la sua insostenibilità socio-politica.

Prima alternativa: una unione politica. E’ ovvio: se l’area euro sta andando in fiamme per via delle divergenze di performance macroeconomica fra i membri, come denunciato anche nel documento di Palazzo Chigi, solo una direzione politica comune può renderli nuovamente convergenti. Alternativa che però nessuno dei due documenti, ivi compreso quello clandestino di Renzi, prende in seria considerazione. Le riforme istituzionali a livello comunitario contemplate sono talmente vaghe e generiche, e significativamente poste in coda ai documenti, come delle appendici secondarie dopo aver parlato delle proposte prioritarie, da lasciar comprendere perfettamente come non ci sia nessuna volontà di perseguire tale strada. Per essere chiari: non c’è nessuna possibilità di perseguirla. Non c’è nessun sentimento nazionale comune fra i popoli europei, lo abbiamo comprovato in tutte le crisi della Ue, dalla crisi della sedia vuota del 1965, che sancì una rottura non più componibile e la decisione, fatale per le sorti europee, di perseguire la strada degli accordi intergovernativi, fino al rigetto referendario della proposta di Costituzione europea del 2009. Lo comprova oggi la difficoltà a elaborare politiche comuni sulla crisi medio-orientale e quella ucraina. Evidentemente, senza un sentimento nazionale, la gestione delle politiche comunitarie può essere perseguita soltanto dall’alto, da tecnocrazie autoreferenziali, con istituzioni solo semi-democratiche, che riflettono semplicemente i conflitti di interesse fra i Paesi partecipanti, conflitti che si sono risolti nell’egemonia economica tedesca, che per potersi perpetuare necessita che non vi sia alcun ampliamento dello spazio democratico comune. Perché dare più poteri ai greci che ballano il Syrtaki anziché lavorare, o agli italiani tutti baffi e mandolino, se già comandiamo sulla cosa più importante, ovvero l’economia? Ecco il ragionamento tedesco che blocca completamente ogni strada in tal senso.

Seconda alternativa: una messa in comune dei debiti pubblici nazionali, che li renda nuovamente sostenibili, in un debito comune  a livello comunitario, che implicherebbe l’abbandono del Six Pack e del vincolo di pareggio di bilancio, potendo nuovamente tornare a spendere in un quadro finanziario più sostenibile. Peccato però che il documento Renzi, come del resto quello franco-tedesco, rigettino nel modo più deciso tale strada, al punto da cancellare completamente ogni riferimento all’unica strada possibile per evitare una stagnazione secolare del PIL europeo, ovvero il superamento del Fiscal Compact e dei vincoli di pareggio di bilancio, per tornare a fare politiche decisamente pro crescita. Al contrario, l’impostazione generale di entrambi i documenti rimane favorevole alla combinazione micidiale fra austerity e deflazione salariale che ha distrutto i nostri Paesi. Al di là delle vuote dichiarazioni del preambolo, il documento italiano elogia il Fiscal Compact (“credibility and  trustworthiness of  national fiscal policies has been strengthened  with the approval  in all national  legislations  of provisions of  the Fiscal compact”) e chiede un quadro fiscale comune che rafforzi l’austerità, a fronte dell’utilizzo di risorse di stabilizzazione anticiclica (“What is currently needed is the design  of an appropriate incentive structure to  ensure that Member states continue to pursue sound fiscal policies in presence of a stabilization mechanism “). Analogamente, il documento franco-tedesco sottolinea l’importanza della prosecuzione di una politica fiscale di consolidamento delle finanze pubbliche nazionali, e rigetta ogni concessione a politiche nazionali di deficit spending.

Terza ed ultima alternativa: un rafforzamento dell’Unione Bancaria associato alla prosecuzione di una fase di riduzione dei differenziali nei costi di produzione, legando sempre di più i salari alla produttività. Tale strada, secondo la teoria liberista che la propone, dovrebbe consentire di rafforzare la fiducia degli investitori sulla stabilità del sistema bancario, eliminando differenziali asimmetrici di efficacia nella vigilanza (è dalle crisi bancarie che le crisi finanziarie si propagano al settore reale) e di ridurre gli squilibri nei saldi delle partite correnti degli stati membri dell’unione monetaria, tramite la deflazione dei costi. E’ l’alternativa di destra, quella liberista, quella perseguita in questi anni, che in realtà non è riuscita ad evitare una pericolosa deriva di degrado dello stato patrimoniale delle banche derivante dall’aumento delle sofferenze provocato dalla recessione indotta da tale “ricetta”, e non è riuscita ad eliminare i differenziali delle partite correnti, pur riducendoli, alle spese, però delle classi popolari europee sempre più impoverite e precarizzate. Ed è l’alternativa che entrambi i documenti continuano a propugnare, nonostante il suo sostanziale fallimento. Infatti, il documento franco-tedesco, pur non citando l’unione bancaria, parla esplicitamente di prosecuzione delle riforme strutturali dei mercati del lavoro nazionali e dell’ambiente di business nazionale, sul versante della prosecuzione della destrutturazione sistemica del sistema sociale europeo e della riduzione dei costi, mentre, in una sorta di divisione del lavoro, il documento italiano si occupa dell’Unione Bancaria.

Nell’insieme, dunque, niente di nuovo sotto il sole. Entrambi i documenti, e quello italiano in particolare, continuano a propugnare una strada liberista ai problemi dell’euro, anche se moderata da alcune concessioni. Evidentemente, le classi dirigenti europee si sono finalmente accorte, probabilmente troppo tardi, della deriva euroscettica e di crescente ostilità dei popoli europei, sotto la forma di una sempre più probabile “brexit” e di una crescita dei movimenti politici ostili alla permanenza nell’euro. Infatti, non casualmente entrambi i documenti si aprono citando proprio questi due fenomeni come il rischio principale di deflagrazione dell’euro. Quando la fiammella della Rivoluzione francese stava per esplodere, Luigi XVI, insieme al suo ministro delle Finanze, Necker, tentò di rabbonire la popolazione, che l’improvvida convocazione degli Stati generali aveva infiammato di sdegno, con un documento in cui si evitava di citare le riforme politiche e democratiche richieste, e ci si illudeva di fermare il vento con qualche concessione in materia fiscale e di soldi. Evidentemente, sappiamo tutti come andò a finire. La differenza fondamentale è che, con la sua consueta furbizia di piccolo cabotaggio, Renzi non ha messo la faccia sua e del suo Governo sul documento, che però, non essendo stato nemmeno smentito dalle fonti ufficiali, può comunque considerarsi un suo frutto. Non ci mette la faccia come non ce l’ha messa durante il suo semestre di presidenza della Ue, tutto quanto improntato al basso profilo ed a innocue ma propagandistiche battute. Non mettendoci la faccia, testa le reazioni sociali senza creare attacchi al suo Governo, e senza acuire le tensioni interne al Pd, di fronte ad un’ala sinistra nella quale si agitano anche suggestioni di uscita dal sistema-euro, e senza esporsi se le reazioni della Trojka fossero troppo negative. Semplicemente il ruggito di un coniglio. Che però evidenzia, di nuovo, come la direzione non sia quella si cercare un’alleanza progressista euromediterranea contro l’austerity, ma di andare con il cappello in mano dai tedeschi a chiedere qualche concessione. Senza dignità.

I due documenti, in fondo, a questo si riducono: un miserevole tentativo di scambio, per rabbonire  popolazioni sempre più euroscettiche, nell’estremo tentativo di salvare un sistema profondamente in crisi. Un pochino di investimenti pubblici e di misure anticicliche in cambio della definitiva cessione di sovranità in materia economica, ovviamente in un quadro di politiche economiche e fiscali che rimane improntato al liberismo. Il sostanziale fallimento dell’equazione politica monetaria espansiva + politica fiscale restrittiva = crescita, inducono a proporre uno scambio al ribasso. Questo scambio “octroie”, come nel caso dei sovrani settecenteschi che gettavano un tozzo di pane al popolo affamato, qualche mini-concessione alla crescita. In cambio, prevede la cessione definitiva di sovranità sulle politiche economiche. In un contesto di politiche fiscali che rimane di orientamento neoliberista (anche se più moderato) ed in un quadro di governance tecnocratica e poco democratica come quella comunitaria (ed infatti si guardano bene dal proporre riforme incisive della governance politica comunitaria) questo scambio fra tozzo di pane e cessione definitiva della sovranità in materia economica, ha una sola funzione: isolare quei pochi Governi, come quello greco, che cercano ancora di invertire la rotta delle politiche economiche e sociali. Ed al contempo si illude di fermare l’ondata anti-euro dei popoli impoveriti, che presto sommergerà tutto in un incendio di difficili previsioni.