Il sindacato nell’era di Renzi, di Riccardo Achilli

Un sintomo di difficoltà ad uscire da una condizione di declino politico è talvolta rappresentato da una sorta di “ansia per il nuovo”, che poi, anche in termini psicologici, altro non è che un desiderio messianico di un salvatore che discenda da qualche cielo per compensare le proprie difficoltà a cavarsela da soli.

Mi sembra che tale problema si riscontri, in ampie fasce di militanti e simpatizzanti di sinistra, anche per la rilevante, ed interessante, novità della Coalizione Sociale. L’ansia di avere un soggetto politico competitivo, se così si può dire (non bisognerebbe mai utilizzare il lessico della controparte, ma mi si passi il termine) induce molti a spingere l’esperimento di Landini verso una soluzione necessariamente politico/partitica, dando per pacifico (in base a cosa?) che il segretario della FIOM nasconda questo obiettivo per motivi meramente tattici (il che a me sembra una emerita sciocchezza. Se vuoi trovare compagni di viaggio, devi anche essere chiaro sul dove vuoi andare a parare).  Il tutto senza tenere minimamente conto di ciò che Landini stesso annuncia, quando dichiara di voler rimanere dentro il sindacato, per aiutarlo ad evolvere e ammodernarsi.

Ed ecco il punto che vorrei analizzare molto sinteticamente: il modello di sindacato che dovrebbe fare fronte alle sfide lanciate dal renzismo, che per sradicare il sindacato confederale, in nome di una sua americanizzazione, ne utilizza i cronici errori di lettura del mercato del lavoro e della società, e la conseguente innegabile crisi di rappresentanza (specie fra le forme emergenti dell’alienazione lavorativa, fra i giovani precari terziarizzati ad alta scolarità, e fra le platee di disoccupati o persone in uscita dal mercato del lavoro, mediante lo scivolo senza ritorno degli ammortizzatori sociali, di età avanzata, medio/basso livello di qualificazione e di difficile reinserimento attivo) nonché i mediocri risultati conseguiti, in termini di tutela delle classi lavoratrici, dalla lunga stagione della concertazione all’italiana.

Evidentemente, il mondo è cambiato completamente attorno al sindacato confederale. Gli elementi di cambiamento del contesto sono i seguenti:

a)  il susseguirsi di protocolli interconfederali che, fra 2011 e 2013, hanno spostato sempre più la contrattazione sul livello aziendale e territoriale, indebolendo il livello collettivo,

b) la dura sfida lanciata al sistema della rappresentanza dalla Fca di Marchionne, che ha letteralmente disarticolato il modello tradizionale di relazioni industriali proprio su quello che era il suo punto di forza, ovvero in ciò che resta della grande industria fordista a classe operaia omogenea,

c) la stessa crisi “endogena” di rappresentanza del sindacato confederale, accelerata dalla chiusura della stagione della concertazione operata dal Governo Renzi e dal suo attacco mediatico pesante,

d)  il Jobs Act,

e) la riduzione dei permessi e dei distacchi nella PA e delle risorse per i patronati.

Ma al di sopra di tutti questi elementi citati, vi è, molto più semplicemente e crudelmente, la stessa crisi economica che, come potrebbe spiegare un qualsiasi banale modellino insiders/outsiders, nel momento in cui accresce l’esercito industriale di riserva di disoccupati e sottoccupati, indebolisce strutturalmente il potere negoziale dei lavoratori rispetto al capitale.

La direzione di marcia verso la quale un Governo a trazione padronale vuole trascinare il sindacato è evidente: la sua aziendalizzazione, sul modello statunitense, con tutto ciò che essa comporta (frazionamento ulteriore dei diritti, fra una aristocrazia di lavoratori ad alta qualificazione o in settori produttivi in crescita, che possono permettersi la copertura sindacale, ed una massa di esclusi che alimentano il fenomeno, ben noto alla sociologia a stelle e strisce, dei “dog workers”). Da questo punto di vista è quindi comprensibile la resistenza messa in atto dai sindacati rispetto ad elementi di riforma del welfare (reddito di inserimento, reddito minimo orario)che ne ridurrebbero ulteriormente il potere di intermediazione, così come la ricerca affannosa di un nuovo “tavolo” politico sul quale trovare interlocutori disposti a difendere il sindacato dall’aggressione in atto, o cercare improbabili accordi di tregua con il proprio carnefice. O ancora, il tentativo, affannoso e perdente, di difendersi ricompattandosi, ripercorrendo le vecchie, ed oramai non praticabili, strade dell’unità sindacale, abbandonate da decenni, tanto da configurare modelli di sindacato, obiettivi, strategie ed impostazioni comportamentali molto diversi fra loro, non facilmente ricomponibili.

Al di là di ciò che è comprensibile, è però evidente che il cambiamento completo del contesto di riferimento svuota di utilità tentativi di resistenza difensiva (soprattutto quando questi, come nel caso di esperimenti di reddito di inserimento, vengono fatti nell’interesse di categorie di lavoratori escluse da qualsiasi strumento di welfare, e quindi vengono spacciati come “progressivi”, accentuando una mediatizzazione del presunto “conservatorismo” sindacale) o tentativi di ripercorrere strade già battute. Che senso ha l’unità sindacale, ammesso che essa sia concretamente possibile (e chi ne parla soffre di eccessivo ottimismo; le differenze interne sono ancora forti) nel momento in cui, da un lato, le condizioni reddituali dei lavoratori, ma anche la natura di buona parte del sindacato confederale (ivi compresi i settori più moderati della stessa CGIL) impediscono forme di mobilitazione permanente e radicale, che superino sterili manifestazioni di una giornata o di poche ore, considerando anche il fatto che il 26% degli addetti lavora in microimprese, che non resisterebbero ad uno sciopero generale prolungato, aggrevando la crisi. E quando dall’altro lato non è possibile far valere una eventuale, difficilissima unità, nemmeno su tavoli concertativi e negoziali che, semplicemente, il Governo Renzi ha spazzato via. La frammentazione territoriale, settoriale, contrattuale e tipologica del lavoro ha reso sostanzialmente improponibile una politica dei redditi centralizzata, e d’altra parte l’esperienza della concertazione a 360 gradi, quando si aprivano tavoli di confronto con le parti sociali anche su argomenti di politica sociale, territoriale, macroeconomica, lontani dal “core business” di un sindacato, che rimane quello della tutela dei lavoratori, dovrebbe far riflettere: un sindacato troppo coinvolto su aspetti anche lontani dalla sua vocazione principale, finisce per impastoiarsi in un reticolo di compromessi e concessioni che uniscono i vari tavoli sui quali è presente, e che, come in un sistema di vasi comunicanti, finisce per coinvolgere anche il tavolo principale delle vertenze contrattuali e del lavoro, rendendone più difficile la gestione. La ricerca della cinghia di trasmissione della politica diviene in questo modo il cappio attorno al quale ci si impicca, trasferendo i vizi di una politica (peraltro mediocre nel nostro Paese) sulla difesa dei diritti del lavoro.

Ovviamente, va evitata anche la tendenza contraria, esattamente quella che vorrebbe il renzismo, ovvero la frammentazione e la divisione interna del sindacato, relegandolo al mero ruolo di negoziatore delle condizioni salariali e lavorative a livello di singola fabbrica, in un contesto in cui il rapporto capitale/lavoro è strutturalmente sfavorevole a quest’ultimo. La ricerca di unità va perpetrata,  assolutamente, ma su campi propri, e non su campi impropri. Non più come forma di ingranaggio solidale alla politica, lontano dalla pretesa di influenzare la programmazione, la ricomposizione va ricercata per tematismi, ovviamente legati strettamente al “core business”, ovvero al lavoro ed ai diritti, cercando di riportare ad unità quanto più possibile di ciò che è stato diviso. Guardando all’esigenza di favorire quelle cose che rispondano ad un interesse immediato dei lavoratori, anche se erodono nell’immediato i residui di potere negoziale, non a tentativi di difendere un modello di intermediazione che comunque non si ha più la forza di poter difendere. Perché il problema centrale è quello di recuperare credibilità e consenso, non quello di stare dentro una linea Maginot, tagliati fuori dalle retrovie del consenso del mondo del lavoro. Una simile resistenza durerebbe cinque minuti.

Anche perché, parliamoci chiaro: i nuovi ammortizzatori sociali possono prevedere uno spazio per un rinnovato ruolo di protagonismo del sindacato. Un reddito di inserimento erogato a fronte di politiche attive di inclusione lavorativa, riqualificazione, orientamento e reinserimento del lavoratore richiama un ruolo attivo del sindacato, sul modello olandese, dove l’organizzazione sindacale effettua una attività di ricollocamento del lavoratore, certamente molto più efficace e tutelante rispetto a quella che può svolgere un soggetto privato, come le agenzie interinali, e sulla quale è anche possibile ottenere contributi pubblici, di fatto alleggerendo il lavoro dei centri per l’impiego, e svolgendolo in modo senz’altro più professionale, atteso che il sindacato ha una presenza fisica, diretta e capillare, dentro l’impresa, e quindi un monitoraggio diretto e totalizzante della domanda di lavoro e dei fabbisogni professionali delle imprese, sul quale orientare immediatamente l’offerta di lavoro.

L’unità va ricercata anche sul piano settoriale, territoriale ed aziendale, non solo dentro le Rsu/Rsa, dove essa, spesso, è un dato di fatto legato a situazioni oggettive, ma anche cercando di ricomporre un quadro produttivo tipicamente frammentato, come quello italiano, lavorando su contratti di distretto, di filiera e di rete, assicurando condizioni quanto più possibile omogenee. Anche utilizzando innovazioni organizzative, come il delegato di filiera o territorio, il quale ha il vantaggio, non indifferente, di costituire uno sbocco di rappresentanza possibile anche in quelle micro imprese, con uno o due addetti, dove materialmente è impossibile avere una rappresentanza interna.

Cercando anche di spingere per un modello di carattere cogestionale, nelle medie e grandi imprese dove ciò sarà possibile, e di adottare, nelle imprese più piccole, un modello analogo a quello dei Consigli di fabbrica del sindacalismo tedesco (affiancato dai delegati di area/filiera/settore, per la componente microimprenditoriale) nel quale costruire un modello di collaborazione in cambio di controllo e partecipazione attiva alla gestione ed alle strategie aziendali, al fine di orientare anche, in parte, verso i lavoratori il clima di minore conflittualità sociale.

Però è del tutto ovvio che tale unità d’azione sul livello della contrattazione, dei nuovi ammortizzatori sociali, di un nuovo rapporto con il mondo delle imprese, è tanto più efficace quanto meno “politicizzati” sono i sindacati. Lo stesso Landini dice che ci vuole maggiore autonomia dalla politica. Il riferimento politico è chiaramente un fattore di divisione interna del sindacato, che oggi, finita l’epoca della concertazione, ha veramente ben poca ragion d’essere. Naturalmente ciò non significa arretrare da una capacità i analisi e proposizione, tipica di ogni struttura di rappresentanza di interessi, significa non pretendere di passare dall’analisi e proposizione alla compartecipazione e corresponsabilizzazione nella elaborazione e gestione di politiche, che spetta pur sempre agli organi elettivi che devono rappresentare l’interesse generale, e non quello di parte. Tenendo a mente il modello delle fondazioni sindacali di altri Paesi, il sindacato può fornire alla politica una cultura di analisi e programmazione che la politica ha perso, mettendo al suo servizio punti qualificati di analisi e ricerca economica, sociale e lavoristica, valorizzando al massimo la collaborazione con l’università ed il sistema pubblico di ricerca, al fine di fungere da collettore e coordinatore di  attività di studio e proposizione programmatica (non disdegnando anche la committenza sul mercato della ricerca, per cofinanziare l’attività), sapendo però mantenere il giusto rispetto dei ruoli e delle diverse funzioni che il sindacato svolge rispetto alla politica.

Ed evidentemente anche il modello dei servizi andrà ripensato in profondità. A fronte del ritiro progressivo del finanziamento pubblico, il modello dei patronati deve evolvere verso un sindacato he accompagna la persona in tutte le fasi, anche critiche, della sua vita. Che chiede una contribuzione volontaria al lavoratore a fronte di servizi di reale utilità, ad esempio la gestione di fondi pensionistici a condizioni migliori di quelle offerte dal mercato (ad esempio passando dai fondi chiusi settoriali a fondi intersettoriali, che con maggiore massa critica di iscritti possono offrire condizioni migliori), svolgendo attività di placement/ricollocamento lavorativo, candidandosi a gestire risorse del Fondo Sociale europeo per tenere in piedi e sviluppare gli enti bilaterali, costituendo, con contributi volontari, fondi di sostegno per il pagamento di affitti o di spese primarie in caso di difficoltà legata a crisi occupazionali, ed anche pensando la sede del sindacato come il luogo dove andare a rappresentare un problema economico o esistenziale, e trovare servizi di ascolto e consiglio.

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