Unità a sinistra, di Riccardo Achilli

Leggo con piacere che la Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista aderisce al progetto, lanciato da Vendola, di creare una nuova aggregazione unitaria di sinistra. Al netto di toni inutilmente polemici con SEL (che andrebbero evitati, perlomeno nel momento in cui si annuncia un matrimonio, poi fra moglie e marito c’è sempre il tempo per litigare dopo) leggo anche che si vuole evitare di ripetere gli errori degli “arcobalenismi”del passato, ovvero le aggregazioni variopinte meramente elettorali, per di più guidate da processi verticistici.

Benissimo. Mi permetto quindi di formulare qualche personalissimo suggerimento.

A) L’esterofilia è la malattia infantile dell’italicismo. Ogni percorso politico nazionale ha le sue radici in un contesto unico, non replicabile. Però qualche volta è utile guardare ad esperienze estere. La costituzione di Syriza è passata attraverso una gestazione piuttosto lungo, che ha visto, a maggio 2001, nascere il cosiddetto “Spazio per il dialogo, l’unità e l’azione comune della sinistra”, che inizialmente era un forum di discussione politica mirato ad elaborare tesi programmatiche sui temi specifici, con un metodo di lavoro ampiamente compartecipato e condiviso. Non con un evento che dura tre giorni, ma con gruppi di lavoro tematici strutturati e aperti che hanno lavorato per mesi. Solo un anno e mezzo dopo, si è tentata la prima avventura elettorale, partecipando alle Amministrative. Per un periodo piuttosto lungo, c’è stato un lavoro preparatorio e culturale. Solo nel 2012, ovvero 11 anni dopo, i vari partiti partecipanti si sono uniti in un partito unico, benché con molte anime interne. Ci sono voluti 11 anni di lavoro dentro la società per arrivare a questo obiettivo. No una lista “dentro tutti” buona per una occasione elettorale, magari tenuta insieme da qualche nome prestigioso (e se non c’è “in house”, lo si importa da qualche altro Paese) ma un lavoro lungo, prima di tutto programmatico/culturale, e poi organizzativo, dentro la società. Non ci sono scorciatoie;

B) Il tavolo deve essere unico. E’ incomprensibile che Landini vada avanti per la sua strada, mirando a proporre un programma, dopo pochissime settimane dal lancio della sua iniziativa (immagino quindi con quanto lavoro di approfondimento e coinvolgimento della società, che non significa coinvolgere qualche associazione), mentre la sinistra politica se ne va per i fatti suoi. Il tavolo di costruzione della proposta deve essere unico, tutti i soggetti vi devono convergere, senza gelosie reciproche, ognuno portando il suo: il sindacato con i temi sindacali e del lavoro, i soggetti politici con gli altri temi di natura politica più ampi. Non si procede alla spicciolata nella speranza che in un mitico futuro ci si ritroverà. Si fomentano solo gli orticelli privati che hanno infestato la sinistra italiana;

C) Gli identitarismi devono fare numerosi passi indietro. E’ pazzesco che si continui a dare disponibilità al dialogo partendo, però, dalle retrovie trincerate della propria appartenenza. La storia del socialismo italiano, come l’abbiamo conosciuto nel Ventesimo secolo, è finita agli inizi degli anni Novanta. Così come anche quella del comunismo. Vanno fatte ripartire con una nuova veste organizzativa, nuove parole d’ordine, nuovi simboli, una nuova forma di comunicazione, ovviamente recuperandone il meglio della cultura politica che hanno prodotto.

D) Sono argomenti che fanno schifo, da un lato, alla sinistra light dei diritti civili e dell’ecologia a buon prezzo, e dall’altro alla sinistra della cultura prima di tutto, ma un corretto rapporto struttura/sovrastruttura, come da insegnamenti gramsciani, impone che il tavolo discuta: di organizzazione partitica, evitando il movimentismo liquido senza capo né coda, e di comunicazione politico/elettorale. Con il movimento dei movimenti non ci si radica e non si coinvolge la società su una direttrice in grado di fare sintesi delle istanze sociali. Con una comunicazione tetra da Politburo non si prendono i voti.

E) Occorre un ragionamento sul modello sindacale, e sul rapporto fra sindacato e partito. Non si può dire che il modello attualmente in vigore abbia funzionato bene. Temi come gli ambiti di competenza al di fuori della concertazione “monstre” che genera topolini o spesso anche bacherozzi, il livello di dialogo/autonomia fra sindacato e partito, la rappresentanza sindacale dei non rappresentati (precari, lavoratori delle imprese con meno di 15 addetti, a puro e non esaustivo titolo di esempio) che poi deriva da un modello di lettura della realtà da aggiornare, i servizi sindacali, i rapporti interconfederali e la rappresentanza aziendale, ecc. ecc. sono fondamentali, e per questo serve Landini.