Riccardo Achilli (Ricostruire) : relazione per il convegno di Passignano

Pubblichiamo qui in anteprima la relazione che il compagno Riccardo Achilli terrà al convegno di Passignano, fissando le coordinate della proposta economica e sociale di Ricostruire e del Network per il Socialismo Europeo. Il documento, che vi presentiamo qui di seguito in versione integrale, è scaricabile in .doc ., al link < Achilli-Ricostruire-Passignano/em>

Riccardo Achilli al convegno di Iniziativa 21 Giugno svoltosi la scorsa settimana a Roma

Riccardo Achilli al convegno di Iniziativa 21 Giugno svoltosi la scorsa settimana a Roma

“Buongiorno a tutti. Ringrazio Lanfranco Turci e il Network del Socialismo per questo importante incontro, che rappresenta una occasione annuale di fare il punto della situazione politica, sociale ed economica, con una prospettiva socialista. Per vincere le battaglie economiche e politiche occorre vincere la battaglia delle idee, direbbe Palley, e certamente occasioni come questa sono preziose per rimettere in campo una idea di sinistra degli avvenimenti storici che stanno cambiando il mondo, così necessaria per il nostro Paese.
La mia relazione si focalizzerà sullo scenario macroeconomico internazionale e nazionale e su qualche prospettiva di breve termine. Evidentemente, un cenno specifico verrà fatto al negoziato fra la Grecia e l’Eurogruppo, perché le vicende del Governo Tsipras sono un esperimento in vitro del grado di riformabilità dell’area-euro, e quindi della sua tenuta stessa.
L’ottimismo che, a fine 2014, le principali istituzioni internazionali mostravano rispetto alle prospettive di crescita dell’economia mondiale lascia lo spazio, ai primi del 2015, ad una notevole prudenza. Facendo riferimento alle stime “ufficiali”, sistematicamente disattese (e spesso verso il basso) in questi anni di crisi, l’economia mondiale dovrebbe crescere del 3,5% quest’anno, e del 3,7% nel 2016, con un significativo calo delle previsioni formulate appena tre mesi prima.
Le previsioni vengono formulate in termini piuttosto circospetti, e in pratica l’effetto di traino dell’economia mondiale proviene soltanto dalla crescita degli USA (che accelera al 3,6% nel presente anno, dal 2,4% del 2014) e, fra i Paesi emergenti, dalla sola India (+6,3%, dal 5,8% del 2014) e dai Paesi dell’area del Sud Est asiatico.
L’area-euro è prevista in sostanziale stagnazione, con una crescita modesta (+1,2%) alimentata essenzialmente dal basso costo del petrolio, dalle politiche monetarie espansive e dalla piccola svalutazione dell’euro sul dollaro (a sua volta indotta dalle stesse politiche monetarie).
Il Giappone, nonostante i potenziati stimoli all’economia forniti dal rinnovato Governo Abe, il calo del prezzo del petrolio e la svalutazione dello yen, dovrebbe rimanere poco al di sopra della crescita zero.
La crescita della Cina è in rallentamento, pilotato dalla sua stessa programmazione, perché sta producendo problemi economici, sociali e di controllo politico.
Le altre economie emergenti dovrebbero sperimentare un generalizzato rallentamento, se non, nel caso specifico della Russia, colpita da sanzioni economiche e dalla pesantissima riduzione del valore dell’export di idrocarburi, una vera e propria recessione. Rallentamento che non riguarderà solo le economie petrolifere, come quella russa, ma anche, per motivi diversi, altre economie emergenti, come quelle latino americane (in particolare, il Brasile che è oramai in stagnazione, ma anche l’Argentina).
Stiamo quindi descrivendo uno scenario che, già in previsioni notoriamente fallaci, e spesso per eccesso, non è affatto positivo, e che in buona parte si affida in modo assolutamente cruciale sull’effetto di traino che potrà esercitare la crescita degli USA, una crescita che dovrà però avvenire in assenza degli enormi stimoli monetari sin qui messi in campo. Tra l’altro essi, evidentemente, sottrarrebbero efficacia alla politica monetaria della Bce. Una efficacia peraltro limitata, atteso che siamo in una situazione piuttosto prossima alla classica trappola della liquidità. Per la quale anche un meccanismo di rifinanziamento delle banche basato sull’obbligo di travasare tali fondi in termini di maggiori prestiti si sta rivelando non molto efficace. A dicembre sono stati prenotati meno di 130 miliardi dalle banche europee (di cui solo 26 da parte di quelle italiane) e complessivamente gli L-Tro hanno fornito 212 miliardi su un plafond di 400.
Sebbene, a fine 2014, si registrino segnali di miglioramento del mercato del credito europeo, sia sotto il profilo di un allentamento della stretta creditizia che di un miglioramento della domanda di investimenti, è chiaro che se la domanda aggregata non riparte ad un livello sufficiente per far ripartire la propensione ad investire in modo significativo, l’immissione di nuova liquidità nel sistema avrà effetti limitati. Di conseguenza, anche il nuovo programma che sta partendo in questi giorni, con il quale la Bce acquisterà titoli di Stato, difficilmente indurrà effetti positivi per i ltramite del maggior liquidità immessa, mentre avrà effetti più che altro sulla riduzione del servizio del debito e sulla ripulitura di bilanci bancari o di soggetti finanziari.
In un contesto simile, i rischi che persino tale modesta e squilibrata ripresa dell’economia internazionale possa bloccarsi, vanificando le sia pur timide previsioni, superano di gran lunga le prospettive positive. Il rischio maggiore risiede nel possibile rallentamento macroeconomico degli Stati Uniti, la cui ripresa, come abbiamo visto, sta tenendo in piedi l’economia mondiale. Una possibilità è che, nel contesto di un accordo con la maggioranza Repubblicana nel Congresso, legato al raggiungimento del “debt ceiling”, previsto per tarda primavera/inizio estate, l’Amministrazione Obama venga costretta ad accettare un severo piano di taglio della spesa pubblica con effetti recessivi sulla crescita. Il rischio è accentuato dal fatto che la componente moderata dei Democratici ha assunto la stessa posizione dei Repubblicani. Uno dei leader centristi dei Democratici, il senatore Manchin, ha infatti recentemente dichiarato l’esigenza, per gli Usa, di un piano di rientro dal debito. La rivalutazione del dollaro sull’euro, e la fine del periodo di grazia concesso dal basso prezzo del petrolio, potrebbero quindi combinarsi fra loro per generare un potente freno alla crescita statunitense, con conseguenze recessive per l’intera economia globale. Non è un caso se Obama fa pressioni sulla Germania per allentare la morsa delle politiche di austerità, consapevole dei rischi derivanti dal fatto che gli USA sono, al momento, l’unica affidabile locomotiva dell’economia globale.
Senza contare il fatto che la Cina, nonostante il rallentamento della sua crescita, sta incubando una pericolosa bolla immobiliare e finanziaria, quest’ultima alimentata da una crescita spettacolare del credito, ivi compreso quello di cattiva qualità, praticamente raddoppiato in termini di rapporto con il PIL fra 2006 e 2014, e che sta producendo un fenomeno sinora sconosciuto in quel Paese: fallimenti di PMI o di famiglie causati da esposizioni finanziarie eccessive, o dall’acquisto di obbligazioni-spazzatura. Stante il fatto che la Cina è la terza destinazione commerciale dell’export europeo, le conseguenze, anche per l’area-euro, sarebbero terribili.
In questo vero e proprio campo minato di debole e diseguale crescita, e di rischi globali dietro l’angolo, l’economia italiana sta sperimentando, in questi mesi, una modesta inversione del suo ciclo. I classici indicatori anticipatori del ciclo, l’aumento degli ordinativi dell’industria a dicembre, quello dell’’indice di produzione dell’industria delle costruzioni, nel medesimo mese, le previsioni di assunzione di nuovo personale espresse dalle imprese dell’industria e dei servizi per il primo trimestre del 2015, l’indice composito anticipatore dell’Istat, puntano verso un moderato recupero dell’attività produttiva, dopo ben 12 trimestri consecutivi in cui la crescita è stata negativa.
Occorre, ovviamente, non enfatizzare questo recupero affibbiandogli l’impegnativo nome di “ripresa”. Non è una ripresa, quanto piuttosto un rimbalzo congiunturale, che è, per così dire, fisiologico, dopo lunghi periodi di contrazione del ciclo, che porta il livello degli investimenti al di sotto del valore di deprezzamento per ammortamento degli impianti e delle attrezzature produttive, con la conseguente esigenza di realizzare un’attività di investimento di mera compensazione dell’obsolescenza dello stock di capitale produttivo, e di aumento moderato dei livelli di produzione tale da ridurre l’incidenza unitaria dei costi fissi sul prezzo finale del prodotto o servizio.
Tali fasi di rimbalzo sono meramente temporanee, ed in assenza di una ricostituzione di condizioni strutturali di sostegno alla crescita, si esauriscono rapidamente, riportando verso il basso l’andamento del ciclo. Per bene che possa andare, e quindi al netto di tutti i rischi sopra evidenziati inerenti lo scenario economico mondiale, la nostra economia dovrebbe attestarsi, per il biennio 2015-2016, su un sentiero prossimo alla stagnazione.
Lo stesso incremento occupazionale previsto dalle imprese per i primi tre mesi del 2015, che dovrebbe portare ad un allargamento della base occupazionale per circa 8.400 unità, è composto da una riduzione netta dei posti di lavoro più stabili, poiché l’occupazione alle dipendenze diminuisce di 50.000 unità, a fronte di un incremento di oltre 58.000 unità delle varie forme di lavoro precario, segnalando come le previsioni imprenditoriali siano ancora improntate ad uno scenario niente affatto espansivo, e condannando nei fatti il Jobs Act, fresco di approvazione. L’obiettivo contrabbandato dal Governo Renzi, di maggiore stabilizzazione ottenuta sfrondando le varie forme contrattuali di lavoro precario, sostituendole con il contratto a tutele crescenti, di fatto soccombe di fronte alla conclamata intenzione delle imprese di non stabilizzare affatto i propri neo assunti, passando semplicemente da una forma contrattuale di precarietà preesistente ad una nuova, con generosi incentivi contributivi e fiscali sui quali lucrare.
E’ evidente che mancano i presupposti per una vera e propria ripresa. L’ingabbiamento dentro il percorso di pareggio strutturale del bilancio dello Stato, imposto dai Trattati, con la conseguente riduzione della spesa pubblica genera effetti recessivi non recuperabili da una riduzione del carico fiscale, atteso che il moltiplicatore della spesa pubblica è sensibilmente superiore a quello fiscale. Secondo una stima recente in ambito Fondo Monetario Internazionale, quindi non in un contesto di keynesiani fedeli alla linea, i moltiplicatori della spesa si attesterebbero su valori oscillanti fra 1,6 e 2,6, mentre quelli delle entrate su un intervallo fra 0,16 e 0,35. Ammesso e non concesso, peraltro, che vi sia una effettiva riduzione del gettito fiscale, che invece passa dal 45,1% del PIL nel 2008 al 47,7% nel 2013.
La conseguente destrutturazione del mercato interno legata alle politiche di austerità, ed al loro effetto sul ciclo, spinge inevitabilmente a cercare domanda solvibile tramite le esportazioni, ma l’imperfetto funzionamento dell’area-euro rispetto ai dettami tradizionali delle aree valutarie ottimali (che richiedono una progressiva omogeneizzazione dei parametri macroeconomici e dei saldi delle partite correnti, in assenza di meccanismi di mobilità perfetti dei fattori produttivi, che sarebbero garantiti solo in presenza di una entità politica, culturale e nazionale unitaria) impedisce di risolvere lo squilibrio di fondo costituito dall’eccessivo e crescente surplus commerciale tedesco.
Tale posizione di predominanza sui mercati internazionali genera tensioni nel meccanismo di compensazione dei pagamenti internazionali intra-euro, denominato Target 2, che, nonostante il recupero delle bilance dei pagamenti di molti Paesi PIIGS, in particolare l’Italia, a partire dal 2012, ha ancora uno squilibrio quantificabile in circa 400 miliardi di euro (e secondo molti osservatori i Quantitative Easing della Bce servono proprio per ridurre tali squilibri, dando alle banche dei Paesi debitori la liquidità per pagare il credito accumulato dalle banche tedesche). Lo squilibrio persistente impone, di fatto, per tutti i Paesi PIIGS, con performance delle partite correnti molto lontane da quelle tedesche, la prosecuzione di politiche di austerità mirate, da un lato, a recuperare competitività di prezzo alle esportazioni, riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto (cioè sostanzialmente comprimendo la dinamica dei redditi al di sotto di quella della produttività), e, dall’altro, a ridurre le importazioni per il tramite della medesima compressione dei redditi e dei consumi.
Si tratta, in sostanza, di una camicia di forza dalla quale non è possibile uscire: se il Paese leader non implementa politiche di stimolo della sua domanda interna per ridurre la competitività di prezzo delle sue esportazioni e stimolare un incremento delle importazioni dagli altri Stati membri dell’area-Ue, diminuendo il suo surplus commerciale con l’estero (una politica che peraltro sarebbe obbligatoria, poiché il braccio preventivo della procedura europea di contrasto agli squilibri macroeconomici ha già emanato una raccomandazione in tal senso alla Germania, ma evidentemente i tedeschi sfruttano la loro posizione dominante per fare i furbi e non seguire le regole) allora gli altri Paesi sono costretti a continuare a fare politiche di austerità recessive per evitare che il sistema dei pagamenti Target 2 esploda, provocando una crisi a catena dell’intero sistema bancario europeo, e precipitando l’Europa intera in una crisi ancora più grave di quella che è stata sinora vissuta.
In sostanza, quindi, al netto di un piccolo rimbalzo congiunturale, l’Italia, come l’intera Europa, si trova alla mercè di un meccanismo infernale, non modificabile unilateralmente, fatto di austerità finanziaria e disarticolazione dei meccanismi redistributivi e delle politiche dei redditi, impoverimento dei ceti medio-bassi della società e bassa crescita che, a regime, comporterà molto probabilmente, come preconizzato da Palley, una lunghissima fase di sostanziale stagnazione produttiva ed occupazionale, e di lenta ma inesorabile deriva verso la povertà di fasce crescenti di popolazione.
Per dirla in modo più formale, l’intera area-euro è intrappolata in un gioco modellizzato, dalla teoria dei giochi, secondo lo schema della “battle of sexes”, in cui l’equilibrio che si raggiunge è subottimale perché gli agenti sono, al tempo stesso, spinti a rimanere insieme (a non scartellizzare, come a esempio uscendo dall’euro) ma hanno comunque motivazioni individualistiche e non cooperative. Tale gioco, come è noto, porta ad una situazione in cui tutti i partecipanti sono spinti a convergere sull’early mover, su chi ha assunto per primo l’iniziativa, in questo caso l’iniziativa di costruire un modello di crescita basato sulla compressione competitiva dei costi interni per massimizzare le esportazioni: ovvero la Germania, che con Agenda 2010 di Schroeder costruì, per prima, tale modello, più di 10 anni fa.
La modifica dell’esito di tale gioco in senso più solidale dipende, quindi, principalmente dalle scelte del giocatore leader, ovvero da una posizione politica diversa rispetto a quella ordoliberista sin qui adottata, che decida di ridurre il suo surplus estero stimolando la sua domanda interna, riducendo per ciò stesso la morsa dell’austerità per tutti gli altri Paesi membri. E che avvii forme di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, o quantomeno il loro servizio, al fine di eliminare l’effetto perturbatore di un giocatore che non siede al tavolo, ma che è il convitato di pietra, ovvero la speculazione finanziaria. In nessun modo, una soluzione del gioco diversa da quella adottata può essere tentata autonomamente ed individualmente dagli altri giocatori, diversi dall’early mover, a meno di non far esplodere il tavolo da gioco, facendo saltare in aria loro stessi. Essi però possono, mettendosi insieme, fare pressioni sul leader, per indurlo a cambiare linea politica (perché in fin dei conti le scelte economiche sono prima di tutto scelte politiche). Oppure per abbandonare il gioco con minori danni, ad esempio costituendo un’area euromediterranea.
Nel contesto di tale gioco, e considerando le difficoltà politiche di creazione di un fronte euromediterraneo di pressione sulla Germania, non si può essere ottimisti circa le prospettive dell’economia italiana per i prossimi anni, almeno fino al 2017, quando ci saranno le elezioni in Germania. Ma stanti le posizioni nazionaliste dei socialdemocratici tedeschi, che, pur partecipando alla maggioranza di governo della Merkel, non hanno fatto niente di significativo per modificare gli squilibri dell’area-euro (primo di tutti quello relativo al surplus commerciale tedesco) c’è poco da sperare anche per il comunque lontano 2017. L’accordo di governo del 2013, che, su indicazione della Spd, conteneva interventi di stimolo alla domanda interna tedesca (come l’introduzione del salario minimo) può, secondo stime econometriche che feci a suo tempo, ridurre il surplus delle partite correnti tedesco di non più di 2-2,5 miliardi, portandolo dall’attuale valore del 7,5% del PIL tedesco al 7,3%, quindi sostanzialmente non incide sullo squilibrio in questione.
Evidentemente, tale gioco, condotto dall’early mover, può durare fintanto che il tavolo non bruci. L’impostazione ordoliberista che la Germania ha imposto a tutta l’Europa non può durare per sempre. Sarà scardinata o per insostenibilità sociale (e la crescita elettorale in tutta Europa di partiti euroscettici, che in Italia è mascherata dal fatto che il movimento euroscettico è diviso in almeno tre partiti diversi, è un chiaro segnale in tal senso. Oppure tracollerà in una spirale di stagnazione produttiva, deflazione ed aumento continuo del debito. Cioè sostanzialmente in un default continentale.
Ed è in questo contesto di gioco che si comprende come un giocatore che non vuole alzarsi dal tavolo ed uscire, quale la Grecia di Tsipras, può ottenere qualcosa, anche di una certa significatività (sbaglia oggi chi parla sbrigativamente di un fallimento di Tsipras) soprattutto per due motivi: in primis, l’Europa a guida tedesca non può fare ai movimenti euroscettici il regalo di mostrarsi totalmente indifferente ad un pronunciamento elettorale democratico in uno dei suoi Stati membri. Inoltre, portare la Grecia verso l’unica opzione di uscire unilateralmente dall’euro, seppur disastrosa per il popolo greco stesso, significherebbe pagare un costo in termini di perdita del proprio credito nei confronti del Governo greco (oneroso soprattutto per la Germania) e creare un “precedente”, per quanto doloroso, che qualche altro PIIGS potrebbe utilizzare. Quindi, Tsipras ha sostanzialmente ottenuto il minimo indispensabile che, stante il tipo di gioco in atto, poteva ragionevolmente ottenere. Cioè un minimo di flessibilità in più, nell’ambito degli accordi e dei percorsi già esistenti, che verranno prolungati di altri quattro mesi, in attesa di una rinegoziazione degli stessi, che probabilmente non andrà oltre qualche margine di tolleranza su provvedimenti sociali, entro soglie di flessibilità sufficientemente strette da non riorientare in modo decisamente espansivo il percorso di austerità. Al massimo si otterrà un’austerità “umanitaria”, temperata. Ma un Paese allo sfascio ha bisogno di una inversione delle politiche economiche, non di qualche cerotto.
E va chiarito che Tsipras non si alza dal tavolo, abbandonando la partita, non perché è timido, ma perché il costo di abbandonare unilateralmente l’euro sarebbe terribile per il popolo greco. Evidentemente, con un debito pubblico al 170% del PIL, ed un disavanzo complessivo che, per il peso degli interessi, si attesta attorno al 12%, in caso di uscita la Grecia dovrebbe anche ripudiare unilateralmente gran parte del suo debito estero, ivi compresa la quota interessi, tagliandosi fuori da qualsiasi ipotesi di finanziamento sui mercati finanziari internazionali. Si tratterebbe quindi di proseguire sulla scia di politiche di austerità ancor più severe di quelle attuali, per mantenere una autonomia finanziaria ed evitare di dover ricorrere ai mercati finanziari internazionali. Il tutto senza poter contare su grossi margini di crescita economica autonoma, stante la fragilità del tessuto produttivo greco, le inevitabili ritorsioni commerciali che gli ex partner europei imporrebbero, e l’indebolimento dell’economia susseguente alla fuga di capitali, non interamente evitabile imponendo controlli amministrativi alle frontiere. E onestamente l’ipotesi di farsi aiutare finanziariamente da Putin, cambiando di fatto schieramento geopolitico, è puramente teorica. Gli USA farebbero fare a Tsipras la fine di Allende!
Certo, è vero che la partita fra Tsipras e l’Eurogruppo non è finita qui. C’è da giocare ancora una parte importantissima, legata all’oggettiva insostenibilità del debito pubblico greco. Tutti gli operatori finanziari scontano l’inevitabilità di una ristrutturazione, la Lazard, ad esempio, parla di un taglio di 100 miliardi, ed evidentemente è impossibile evitare tale evento, come non era possibile farlo nel 2012, quando vi fu il primo haircut del debito ellenico. Poiché però circa il 70% di quel debito è in mano a soggetti istituzionali, fra i quali il Governo tedesco, che avrebbe non poche difficoltà a spiegare al contribuente come mai gli faccia pagare il costo di un taglio del debito di un Paese non virtuoso, la partita si gioca sul filo di un taglio esplicito della quota capitale del debito contro una ristrutturazione delle sue scadenze, che lo renderebbe di fatto inesigibile, ma potrebbe essere venduta in modo meno indolore alle opinioni pubbliche dei Paesi creditori.
Rimane la questione del “che fare”, per l’Italia ed in genere i Paesi euromediterranei. In teoria, uno schieramento di Paesi euromediterranei contro l’austerità, che arrivi a configurare anche un possibile euro del Sud, legato ad un euro del Nord da rapporti di cambio sufficientemente elastici, o che comunque allarghi lo spettro dei Paesi impegnati a contrastare la Germania dentro le istituzioni europee, potrebbe essere una soluzione. Ma è molto difficile da praticare, ha tempi lunghi (occorre aspettare le elezioni spagnole e portoghesi) e per essere credibile anche in termini di solidità economica e produttiva, oltre che di forza politica, richiederebbe la partecipazione dell’Italia (che non avverrà mai) o della Francia (ma non credo che la Le Pen, se dovesse vincere le elezioni presidenziali, sarebbe molto orientata ad una soluzione id tipo internazionalistico).
In teoria, l’inevitabile haircut del debito greco, anche mascherato da ristrutturazione delle scadenze, potrebbe creare un precedente per altri Paesi, ma non lo creò nemmeno il primo taglio del 2012, e non potrebbe essere altrimenti. Il taglio di un debito relativamente piccolo in valore assoluto è sostenibile finanziariamente. Un analogo provvedimento sul gigantesco debito pubblico italiano farebbe saltare in aria l’intero sistema finanziario mondiale. Noi italiani non siamo, quindi, nelle condizioni di poter beneficiare di un effetto di traino rispetto al secondo tempo della partita fra Grecia e Germania
Poiché, come dice Gunther Grass, il popolo tedesco è capace di andare fino in fondo all’abisso, se crede in qualcosa o in qualcuno, credo, personalmente, che uno scenario tutt’altro che improbabile è che il tavolo esploda da solo, per auto-combustione, politico/sociale (l’avvento al Governo di qualche Paese-chiave di partiti anti-euro, o una rivoluzione dei popoli contro l’euro) oppure economico/finanziaria. Con conseguenze che, ovviamente, non possiamo nemmeno immaginare.
Evidentemente, però, non si può rimanere inerti spettatori. Nel tempo che ci separerà dalla deflagrazione finale occorrerà quanto meno, su un livello internazionale, continuare a battersi per un cambiamento significativo dei trattati e della direzione di marcia europea, allargando, per quanto difficile ciò sia, il fronte dei Paesi anti-austerità. Ed a livello nazionale mettere a punto strumenti che minimizzino l’impatto, e che gettino le basi per una successiva ricostruzione. Il che significa ripartire dalle comunità, offrire servizi solidaristici e mutualistici che compensino il progressivo collasso delle struttura welfaristiche dei nostri Paesi, ricostruire legami di prossimità e di territorio, cercare, nelle pieghe di ciò che l’Europa non può controllare e non può proibire, di ideare strumenti innovativi di sostegno ai circuiti economici locali e nazionali. Fra i quali anche i CCF propostici da Sylos Labini, purché, a mio modesto parere, attuati con una attenzione tecnica importante sulla modalità di circolazione degli stessi.

3 thoughts on “Riccardo Achilli (Ricostruire) : relazione per il convegno di Passignano

  1. Allargando per quanto possibile il fronte anti’austerita’. Questo è l’Achilli raziocinante che conosco. Un punto mi pare non affrontato. Il fronte anti austerità potrebbe puntare a che una fetta sempre maggiore del QE invece di andare a comprare titoli di Stato (con esito incerto) vadano a acquistare bonus della Bei finalizzati a finanziare il piano Juncker. Spostando così fondi da casuali equilibri di mercato (trappole incluse) a certi investimenti produttivi con un minimo di razionalità programmatori.

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