Turci (Ricostruire) su Ranieri, Napolitano, i Miglioristi …

A proposito del libro di Umberto Ranieri: Napolitano, Berlinguer e la luna.

Marsilio 2014

Il libro di Ranieri è una ricostruzione rapida, con una forte componente autobiografica, basata su una raccolta sistematica di diari quotidiani, del periodo politico che va dai primi anni 80 a oggi. Visto dalla parte dei miglioristi provenienti dal Pci. Tutta la ricostruzione è dominata dalla presenza immanente di Napolitano. Fra l’altro gli ultimi capitoli, dedicati al governo Monti, al tentativo di Bersani e all’avvento di Renzi, aiutano anche a ricostruire il pensiero e le motivazioni di Napolitano, comprese quelle non espresse nelle sue dichiarazioni pubbliche. Questo libro si può leggere in due modi diversi. Il primo è quello di seguire tramite esso il dibattito politico-culturale degli ultimi anni del Pci e di quelli successivi all’89. Ma su questo piano il libro è abbastanza deludente. Non si riesce a cogliere da esso la dinamica delle culture politiche che segnarono la vita del Pci e delle formazioni politiche che ne furono eredi. Molto più ricco da questo punto di vista è il libro di un altro dirigente ex migliorista( Enrico Morando :Riformisti e comunisti?- 2010), un libro che si proponeva di ricostruire l’evoluzione culturale dei miglioristi del Pci e di descriverne la fasi più importanti. Morando indicava nell’ esplicito abbandono dell’<antagonismo sistemico> il vero fattore di differenziazione proposto dai miglioristi ( anche se questo assunto non fu poi accettato da tutti) . Tesi discutibile, ma certo utile per dare conto da parte della maggioranza dei miglioristi della rimozione di termini quali capitalismo e socialismo e dell’abbandono di qualunque riferimento di classe nel corso della loro evoluzione politica. E dunque anche per capire le vicissitudini che accompagnarono e seguirono la fine del Pci. Ranieri tratta questi problemi con un tocco più leggero e quasi liquidatorio dello spessore politico e morale della storia del Pci. I miglioristi si caratterizzarono secondo lui per “l’avversione al massimalismo e alla demagogia” e per il superamento di” identità storicamente anacronistiche”. L’opposizione che incontrarono nel Pci prima e nei Ds poi sembra tutta ridursi al permanere di questi residui, più nettamente nella sinistra radicale e più confusamente e soprattutto strumentalmente nelle varie aree centriste del Pci-Pds-Ds. Per Ranieri è dunque naturale l’ adesione al pensiero neoliberale che si traduce nella consueta panoplia delle riforme economiche liberiste e del rigore. Queste politiche che egli le giudica male interpretate e gestite dai vari governi di centro sinistra della seconda repubblica, soprattutto per i condizionamenti delle formazioni della sinistra radicale alla cui alleanza né Prodi né D’Alema vollero rinunciare. A parziale correttivo di una impostazione classicamente neoliberale Ranieri propone un riferimento ai valori del socialismo liberale, come portatori di una “tensione correttiva del mercato” senza tuttavia indulgere a una ripresa di “ posizioni antiliberali o stataliste” , né a “ fare quadrato attorno allo stato sociale”. Siamo dunque alla conferma della conversione delle posizioni miglioriste da una iniziale vocazione socialdemocratica a una più netta opzione liberale, come peraltro avvenne anche in gran parte degli stessi partiti socialdemocratici europei dopo la vittoria di Blair. Si è trattato di un vero e proprio processo storico, di una trasformazione progressiva che non si può certo liquidare come una sorta di tradimento. Io per primo sento il dovere di parlarne con rispetto perché sono stato partecipe di questi processi politici e culturali e solo di fronte alla virulenza della crisi in corso mi sono convinto della inadeguatezza di quelle impostazioni, sia ai fini della comprensione di come sta cambiando il capitalismo internazionale, sia ai fini di contenerne almeno e di governarne le spinte distruttive. Ma dal loro punto di vista Ranieri e la maggioranza degli ex miglioristi possono ora constatare come le loro posizioni siano diventate comuni a gran parte degli ex Pci, oltre che naturalmente a coloro che provengono dalla Margherita. Insomma si potrebbe dire che storicamente i miglioristi hanno vinto la partita, sebbene “quam mutati ab illo”, se solo si pensa al linguaggio e ai concetti con cui la destra storica del Pci, con Giorgio Amendola, teorizzava il ruolo della classe operaia, sia pure all’interno di una visione moderata e tutta rivolta all’interesse nazionale. Qui viene il secondo modo di leggere il libro di Ranieri, come della conclusione di una lunga partita fino alla rivincita. La parte più interessante del libro è infatti quella dedicata agli ultimi anni, alla crisi del berlusconismo e alle fasi successive. Ranieri racconta le dimissioni di Berlusconi sotto l’incalzare degli avvenimenti: l’esplosione dello spread, la paralisi del governo per le divisioni fra Berlusconi e Tremonti, la lettera di Trichet e Draghi e la decisiva iniziativa di Napolitano. La storia è ben riassunta in questa frase:” Il 12 novembre 2011 un Berlusconi provato e stanco, ma probabilmente consapevole che il suo governo non era più in grado di fronteggiare la situazione, rassegnava le dimissioni”. Dove la parola più significativa è quel “probabilmente” che dà il senso della forza della iniziativa di Napolitano definito da Ranieri come motore di riserva della Repubblica. Sull’azione di Monti il consenso è totale. C’è anzi la critica a quei dirigenti del Pd che si “ dilettavano nella ricerca dei neoliberisti annidati nel governo” invece di incalzarlo nelle strategia di abbattimento del debito pubblico. Chiara è invece la critica a Monti per la sua scelta successiva nella campagna elettorale di tentare la strada del partitino centrista, invece di mantenersi disponibile come riserva della Repubblica qualora le cose fossero andate come poi andarono. Traspare evidente che questa sarebbe stata ancora una volta la soluzione di Napolitano alla luce dei risultati del 25 febbraio del 2013. Contro Bersani il libro contiene alcune delle pagine più aspre. A Bersani è imputata la colpa già di Prodi e D’Alema di cercare alleanze a sinistra, perfino verso la confusa galassia grillina. Ranieri parla di quella fase come di uno “stordimento politico e umano”, spiega come la via di uscita più saggia dalla non vittoria del 2013 sarebbe stato un nuovo governo tecnico del Presidente per andare dopo un anno a elezioni anticipate. In questo modo ci offre anche la spiegazione del perché il tentativo del “governo del cambiamento” fu bloccato dal Quirinale. La critica a questo tentativo che egli giudica irresponsabile e avventurista, e la cui responsabilità imputa a tutto il gruppo dirigente del Pd, compresi Letta, Franceschini e D’Alema, è talmente aspra da indurlo a evocare una frase di Benedetto Croce circa la “ candidezza di certi scellerati, che affermano di aver dovuto fare quello che hanno fatto e non potevano non fare, ubbidendo a una necessità”. Si spiega così il suo sostegno caloroso a Renzi, un sostegno davvero in anticipo in confronto a quello successivo e opportunistico di tanta parte del gruppo dirigente del Pd. Quella di Ranieri nei confronti di Renzi appare come un autentica folgorazione, tanto da indurlo a proporre nella Direzione del Pd che stava decidendo di avanzare la candidatura di Letta dopo il ritiro di Bersani, niente meno che la candidatura dello stesso Renzi, prima ancora del congresso che questi avrebbe poi vinto a man bassa. Anche in questo caso , conoscendo la tradizionale prudenza di Ranieri, non si corre il rischio di fantasticare, immaginando che questa ipotesi non fosse sgradita al Presidente della Repubblica. Le ultime pagine di Ranieri suonano come una condanna senza appello di tutto il gruppo dirigente del Pd, cui imputa la responsabilità di aver sprecato l’occasione della costituzione del nuovo partito e di non aver saputo elaborarne le basi culturali, che avrebbero dovuto fondarsi sulla “ cultura del merito, dell’efficienza e della solidarietà non assistenziale”. Un gruppo dirigente invece dedito alla guerra per bande, all’antiberlusconismo agitatorio e incapace di sfidare Berlusconi su quello che avrebbe dovuto essere il terreno giusto, quello della cultura riformistica e della rivoluzione liberale. Annotazione questa ultima che conferma la tendenziale agenda unica dei governi di centro destra e di centro sinistra nell’Europa della globalizzazione e della egemonia neoliberista. Una sorta di conferma della teoria del T.I.N.A. della Tatcher, in cui vince chi dimostra più efficienza e determinazione nel perseguimento di obiettivi tendenzialmente identici.

Perché i miglioristi non hanno vinto” si era chiesto Ranieri nelle pagine precedenti, parlando degli ultimi anni del Pci e delle vicende post-89 ?La risposta che egli dà è: perché non ebbero abbastanza determinazione. Quello che mancò ai miglioristi fu “ la compagna di strada di ogni ambizione teorica e politica: la determinazione”. Determinazione che egli vede invece come dote naturale di Renzi, nei confronti del quale respinge le critiche di cinismo, di spregiudicatezza, di compiacenza verso l’antipolitica e di tendenze plebiscitarie. E’ evidente anzi l’ammirazione per il coraggio dimostrato nello spazzare via tutto il vecchio gruppo dirigente nei confronti del quale Ranieri dimostra tutta la sua insofferenza, addebitandogli, non a torto, la colpa di essere passato attraverso le più diverse politiche senza mai sentire il dovere di darne conto, con l’unico fine di conservare le leve del comando. Sconfitto l’ultimo tentativo socialdemocratico di Bersani, cui Ranieri rimprovera una campagna elettorale tesa a “enfatizzare il ruolo del Pd come partito della sinistra tradizionale”, arriva finalmente ,quasi come un evento liberatorio, la vittoria di Renzi. “ A Matteo Renzi-scrive Ranieri –era riuscito…l’operazione politica intuita ( solo intuita) dai miglioristi e tentata dal Veltroni della <vocazione maggioritaria>….perché si era superato l’equivoco della ricerca a tutti i costi dell’unità con la sinistra radicale. Il Pd era stato percepito come una forza in grado di fornire , per cultura, collocazione e programmi, un punto di riferimento e una prospettiva a settori fondamentali della società e a elettori che si allontanavano dal centro destra in rotta”. Insomma Ranieri vede un filo rosso o meglio rosa dipanarsi dalle lontane origini dei miglioristi fino a Veltroni e a Renzi. Una lettura legittima, resa tanto più credibile dal ruolo certamente non privo di “determinazione” del Presidente della Repubblica ex migliorista. Resta altrettanto legittimo il dubbio che qui possa esaurirsi la storia della sinistra. Che questa sia la risposta adeguata alla crisi in atto. Che la conquista dell’elettorato di centro e di centro-destra realizzata su una piattaforma moderata, sia la risposta ai problemi del paese e della stessa Europa. Insomma resta valida la domanda, confortata anche dalle recenti lotte sociali, se l’evidente spostamento a destra del Pd non crei lo spazio e la necessità non di generiche sinistre radicali, ma di una sinistra che recuperi il meglio della tradizione comunista , socialista e cristiano sociale di questo paese, non solo per tutelare gli interessi sociali lasciati scoperti e anzi colpiti dalla politiche di Renzi, ma anche con l’ambizione di una proposta di governo che affronti la crisi dell’Europa e i nuovi poteri del capitalismo internazionale. Questi temi non compaiono per nulla nel libro di Ranieri che sembra adottare la linea della canna che si piega, in attesa che passi l’onda con il suo carico di macerie e di drammi sociali. Salvo ricoprire questa linea politica con le vesti eleganti della modernità, della innovazione e del merito. Vesti che ricordano sempre più quelle dell’imperatore della favola di Andersen.

Lanfranco Turci

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