Achilli e Turci (Ricostruire) : Alla Sinistra servono proposte vere, e socialdemocratiche

RICCARDO ACHILLI E LANFRANCO TURCI
LA NOSTRA RISPOSTA A MASSIMILIANO CIVINO
Massimiliano Civino, sul sito www.ilmilitanteignoto.it, nel suo articolo “Rianimare l’economia o cambiare la società?“, svolge una analisi critica del nostro articolo, pubblicato su Micromega, “Una scossa da 40 miliardi per rianimare l’economia”, sostanzialmente contrapponendo un approccio economico neokeynesiano, ritenuto inefficace dall’autore, alla necessità di un più ampio progetto di cambiamento del paradigma dello sviluppo.
La correttezza dialettica vuole che le discussioni siano fatte su temi che si trovano sullo stesso piano, il che, fra il nostro articolo e la critica di Civino, non si dà. Il nostro articolo non pretende di dare una risposta alla grande equazione che la sinistra deve risolvere se vuole tornare ad essere pensiero egemone, ovvero la proposizione di un nuovo modello di sviluppo e di relazioni umane, produttive, ambientali e sociali, cioè un nuovo modo di produzione, se vogliamo dirla marxianamente. Il che anche si può chiamare un nuovo compromesso fra capitalismo e democrazia, pensato su scala internazionale, come schematizzato nello schema di Thomas Palley riportato nel nostro articolo. Cosa che fra l’altro presuppone anche diversi rapporti di forza fra le classi sociali. Tema- quello delle classi-del tutto assente invece nella critica di Civino, che pare impostare il cambiamento della società unicamente su un cambiamento antropologico degli individui.

Citando infatti Mazzetti egli scrive in conclusione : “per cambiare la societá gli individui debbono imparare a diventare ciò che ancora soggettivamente non sono perché, nel frattempo, sono diventati oggettivamente diversi da ciò che credono di essere e di poter rimanere”. Se approfondissimo questa osservazione a quella che ci pare la “filosofia “ di Civino, giungeremmo anche a una lettura diversa dalla sua delle ragioni della fine dei “trenta gloriosi”. Infatti pensiamo che quella fine non si possa spiegare senza mettere in luce quella controffensiva del capitale che un autore come Kalecky con grande anticipo sui tempi, prevedeva si sarebbe determinata quale risposta delle classi egemoni alla crescita del potere del mondo del lavoro legata alle politiche keynesiane.

Tornando al nostro pezzo esso più modestamente si proponeva una finalità molto più specifica, legata ad una contingenza politica immediata. E’ stato scritto quando ancora era in discussione il ddl di stabilità per il 2015, ed aveva il limitato obiettivo di contrastare uno schema di manovra economico-finanziaria ancora nel solco della recessione e dell’austerità. Evidentemente, quindi, non poteva avere la finalità più ampia che Civino richiama, ovvero l’elaborazione di un nuovo modello sociale alternativo all’esistente. Pertanto, Civino usa un cannone ( peraltro discutibile) per colpire un topolino.

Traspare, insomma, una lettura piuttosto distorta del nostro articolo, da parte del Civino. Distorsione che ritroviamo anche, significativamente, in un passaggio in cui, manifestamente, il Civino fraintende i nostri argomenti. Quando infatti egli sostiene che “aggiungere poi, come fanno Turci e Achilli, che i paesi ad economia avanzata soffrono di un calo di competitivitá sul lato della produttivitá è davvero una bestiemma della ragione (…)Gli economisti misurano la produttivitá dividendo il PIL (la misura della ricchezza) per il numero delle ore lavorate” evidenzia due fraintendimenti di base. Primo: non stavamo parlando della competitività dei “Paesi ad economia avanzata” ma solo di quella dell’Italia rispetto agli altri Paesi ad economia avanzata, come dovrebbe essere evidente da un articolo che fa una proposta di politica economica per la sola Italia. Ed è indiscutibile che l’Italia, rispetto alla media degli altri capitalismi avanzati, abbia dei ritardi competitivi sulla ricerca, sul modello di specializzazione produttiva, sulle infrastrutture, sulla qualità dell’istruzione tecnico-professionale, ecc. Secondo: quando misuriamo il gap competitivo non usiamo la produttività del lavoro, ma un concetto molto più ampio di produttività, ovvero la produttività totale dei fattori, che ricomprende tutti quegli elementi di qualità che dovrebbero far parte del modello di sviluppo. Nessuna bestemmia della ragione, quindi, siamo persone educate…E non immaginiamo che si debbano intasare le nostre città con una ulteriore massa di automobili. Ma forse c’è spazio per nuovi trasporti pubblici e- perché no?- anche per auto meno inquinanti !

Questo fraintendimento nella lettura di Civino è sintomatico del fatto che il nostro articolo è stato letto con lenti non adeguate alla sua finalità, e con un proposito diverso dal nostro. Mentre noi cercavamo di correggere aspetti di un disegno di legge di stabilità disastroso, Civino ci propone una critica al modello capitalista nel suo insieme. A Livorno questa distorsione dialettica si sintetizza con la famosa storiella popolare in cui un tizio chiede all’altro “dove vai?” e quell’altro gli risponde “son cipolle”. Difficile capirsi quando i due interlocutori hanno in mente cose diverse.

Detto questo, è evidente che non esiste, e non può esistere, una frattura fra una logica immediata di contrasto a breve, con misure di emergenza, a una situazione di recessione e di disoccupazione drammatica ed una prospettiva più ampia di cambiamento radicale del paradigma sociale. Fare questa distinzione, magari tacciando di economicismo. o, peggio ancora, di sterile riformismo, chi fa una proposta assolutamente necessaria nel breve periodo, non è soltanto un errore logico. E’ anche una pericolosa e perversa attitudine intellettuale che è alla radice stessa della crisi di identità della sinistra italiana, logorroicamente e sterilmente divisa, da decenni, fra cosiddetti “riformisti” e cosiddetti “massimalisti”. I primi che accusano i secondi di essere dei sognatori balordi, richiamandoli all’ordine delle esigenze immediate della classe, ed i secondi che accusano i primi di essere, volta per volta, venduti al capitale oppure inefficaci “bricoleurs” di corto respiro, poco più che ebeti illusi di poter superare le contraddizioni di sistema con qualche normetta o con qualche tecnicismo.

Ci rendiamo conto che tale frattura non riguarda solo la sinistra italiana ed è di lunga data. Però, senza voler richiamare i tanti che nella storia hanno cercato di superarla, rendendosi conto della sua inutilità, basterebbe guardare all’esperienza odierna di Syriza, partito che si candida a guidare un intero Paese, dove, accanto a proposte marcatamente socialdemocratiche e finanche keynesiane (ristrutturazione del debito, nazionalizzazioni, interventi di sostegno alla “maledetta” domanda aggregata ed ai consumi) vi è la proposta di un modello completamente diverso di società, basato sulla riscoperta di valori mutualistici e comunitari per certi versi “proudhoniani”, su un rapporto diverso fra sviluppo tecnico/produttivo ed ambiente, ecc.
Vorremmo quindi sottolineare come, pur molto più modestamente rispetto ad Alexis Tsipras, anche noi abbiamo provato a delineare un modello “alternativo”, che tiene conto delle dimensioni qualitative dello sviluppo cui accenna Civino, come l’ambiente, gli elementi sociali e comunitari, la scuola come snodo di un modello diverso di società. Tale documento più ampio, che cerca cioè di guardare ad una riconfigurazione del modello di società, si trova su http://www.ricostruire.info/ . Siamo quindi pienamente disponibili a ragionare su un nuovo modello sociale, ed è questa la nostra ambizione. Chiediamo però che ci venga anche data la possibilità di fare politica nell’hic et nunc, in quell’odioso “breve periodo” che richiede anche di rianimare l’economia, l’occupazione e il welfare se si vogliono accumulare le forze sociali con cui affrontare i cambiamenti di sistema.
Cambiamenti che però forse, in fondo in fondo, pensiamo in modo diverso noi e Civino. Lo snodo della diversità di approccio consiste nell’assenza di una analisi di classe, senza la quale è addirittura impossibile individuare quei nuovi bisogni di cui Civino ci parla. L’individuo non è infatti una monade sognante, ma evolve, nei moventi che lo animano, dentro la dinamica delle relazioni sociali storicamente date da un determinato modo di produzione. Emerge oggi, sotto la spinta di precisi cambiamenti dell’organizzazione della produzione e dei mercati, una nuova domanda di socializzazione, di maggiore complessità rispetto ad una vita spesa dentro il rapporto fra produzione e consumo di massa dell’uomo marcusiano novecentesco. Questa nuova domanda, sotto il profilo dello stile di vita cui aspira, richiede anche nuovi modelli di consumo (ad esempio i sistemi di trasporto intelligenti ed ecosostenibili, che sostituiscono la motorizzazione individuale ad alto impatto ambientale), ed è quindi dentro il mercato. Compito della politica è comprendere e dare risposte ad entrambi gli aspetti della nuova domanda sociale, sia quelli esterni che quelli interni al mercato, e, quindi, in questa seconda dimensione, fare politiche economiche ed industriali.
Politiche che comportano investimenti, che a loro volta inducono processi di crescita, seppur basati su driver diversi rispetto al passato. Perché, nella crisi, accade esattamente ciò che Civino contesta al modello neokeynesiano: lo scarto fra produzione potenziale ed effettiva (tecnicamente chiamato output gap) torna nuovamente ad allargarsi. Su un livello di produzione meno abbondante del passato, i meccanismi distributivi vengono alterati dai rapporti di forza sociale, che tendono a radicalizzarsi, per cui la torta diventa più piccola, e contemporaneamente le fette con cui viene divisa sono sempre più diseguali.

 

Sappiamo che la crisi sta enormemente arricchendo piccole élite, mentre i ceti medi e popolari sprofondano nella povertà, povertà materiale, caro Civino. Stiamo parlando di gente che non riesce più a pagare l’affitto di casa, che non riesce più ad alimentarsi correttamente, a scaldare la propria abitazione, a disporre delle cure mediche elementari. Gente che non sta pensando a fantomatici nuovi modelli, ma alla soddisfazione dei bisogni primari che solo la riattivazione di meccanismi redistributivi e di sostegno alla solvibilità della propria domanda può soddisfare.

Oggi stiamo tornando alla condizione dell’immediato dopoguerra descritta da Mezzetti: c’è una miseria materiale di ritorno da sconfiggere. Solo quando essa sarà stata sconfitta nuovamente, potrà emergere una nuova domanda sociale in grado di attivare meccanismi di cambiamento sistemico. Come è noto sin dalla teoria dei bisogni di Maslow, la gerarchia di questi ultimi procede, per strati successivi, verso i livelli superiori, sempre più smaterializzati, solo quando c’è la certezza che quelli più materiali siano soddisfatti. Certezza che la crisi ha distrutto. Che va ricostruita, anche (ovviamente non solo) con strumenti keynesiani. Perché francamente , per fare un esempio, il dibattito sullo iato fra bisogni soddisfatti ed insoddisfatti legato ad un modello di motorizzazione di massa interessa poco chi non ha nemmeno le risorse per vivere decentemente.

Per ciò stesso, nella soluzione della difficile equazione consistente nella costruzione di un nuovo modello sociale, riteniamo che i canoni della socialdemocrazia non possano essere semplicemente considerati un armamentario di un passato glorioso, senza cadere in una grave astrazione nell’analisi sociale. E non si ottiene consenso sociale su un programma di cambiamento basato su astrazioni.
20/1/2015