Achilli e Gatti (Ricostruire) : CCF proposta interessante, ma non risolutiva

In relazione all’appello  di Sylos Labini , Gallino e altri sull’emissione di Certificati di Credito Fiscale, pubblichiamo l’opinione di Riccardo Achilli e Renato Gatti, economisti del gruppo di Ricostruire.

Riccardo Achilli

Penso sia una proposta interessante, ma molto meno risolutiva di come gli autori la presentano. Questi cosiddetti CCF avrebbero il pregio di essere una quasi-moneta. Evidentemente, possono circolare soltanto fra chi prevede di avere debiti fiscali e tariffari di entità pari al valore del CCF, altrimenti il rischio è quello di arrivare a scadenza con CCF che non possono essere scontati, o possono essere scontati solo parzialmente. Quindi non avrebbero lo stesso valore, in termini di moneta circolante, dell’euro. In fondo, anche oggi le cambiali sono una forma di moneta, per certi versi, che circola tramite le girate.
I limiti di questa proposta sono però i seguenti:
– come detto, una circolazione limitata a chi prevede di avere, a scadenza, un debito fiscale o tariffario pari al valore nominale dei CCF, che naturalmente avrebbe effetti restrittivi sull’impatto macroeconomico dell ostrumento;
– il rischio di tesaurizzazione. Se le prospettive lavorative, nel caso del dipendente, o di mercato, nel caso dell’impresa, non migliorano, chi detiene questi CCF potrebbe essere spinto a metterli a risparmio, attendere che scadano per incassare il beneficio fiscale, piuttosto che spenderli per consumi o investimenti. L’articolo cita la “trappola della liquidità” keynesiana. Per l’appunto, in tale situazione, gli operatori assorbono tutta la moneta che gli offri, tesaurizzandola. Cioè, tu non attivi la spesa perché metti soldi in tasca alla gente o alle imprese, ma se dai loro una prospettiva economica per la quale la spesa “valga la pena”. Uno dei motivi per i quali l’operazione di liquidità della Bce non dà i suoi frutti, è che la domanda di credito per investimenti che le imprese rivolgono alle banche è molto bassa e decrescente, per cui le banche non prenotano fondi presso la Bce per erogare il credito. Non è solo colpa delle banche che tesaurizzano;
– inoltre, gli effetti redistributivi andrebbero studiati meglio. Non concordo con l’idea di erogare CCF proporzionalmente al numero di addetti delle imprese, perché si finirebbe per premiare le grandi imprese, quando, invece, i problemi fiscali stringono il cappio soprattutto ale PMI, vera ossatura del nostro sistema produttivo; inoltre, i cosiddetti “incapienti”, spesso disoccupati, inoccupati o pensionati al minimo, verrebbero discriminati negativamente dalla distribuzione dei CCF, perché non hanno tasse da pagare, e quasi tutte le prestazioni sociali per loro sono semi-gratuite. Cioè, si rischiano effetti redistributivi iniqui;
– infine, c’è un elemento politico. Non sono sicuro che sia possibile emettere, tramite un intervento pubblico (non quindi tramite un intervento di banche private che creano moneta bancaria tramite i depositi) una quasi-moneta, senza violare le norme che presiedono all’eurosistema. Se la Bce avocasse un ruolo esclusivo nelal creazione pubblica di strumenti di pagamento, occorrerebbe fare una battaglia politica, in sede europea, per modificare tali regole, dagli esiti non meno improbabili di quelli legati alal battaglia per mutualizzare il debito.
In sostanza, tutte queste proposte riproducono un’idea, per me un pochino ingenua, secondo la quale per risollevare un’economia basta “stampare moneta” e mettere i soldi in tasca alal gente, quando invece i problemi che abbiamo di fronte sono di tipo strutturale. Certo, una politica monetaria espansiva, o la creazione di quasi-monete, è sicuramente un supporto importante, poiché siamo in deflazione. Ma il rischio è quello di considerare ciò una panacea”.

Renato Gatti

Con piacere e con la dovuta modestia, accolgo l’invito di Lanfranco Turci a commentare il Manifesto a firma Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, per l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna.

Trovo estremamente interessante la creazione di una quasi-moneta che può circolare solo in Italia, eludendo i vincoli dei trattati europei ma che può immettere notevoli quantità di liquidità nel Paese per cercare di levarlo dalla preoccupante deflazione. Naturalmente non sono qui per dire che sono d’accordo ma per offrire le mie riflessioni e dubbi.

I CCF sono certificati (un quantitative easing da 200 miliardi) distribuiti gratuitamente a lavoratori dipendenti, datori di lavoro e usati per iniziative pubbliche. La prima tranche serve (come gli 80 euro, ma qui si parla non di 10 ma di 70 miliardi) a rilanciare i consumi; la seconda tranche da 80 miliardi servirebbe ad abbattere il costo del lavoro di circa il 18%; gli ultimi 50 miliardi servono a finanziare opere pubbliche, progetti mirati, infrastrutture finalizzate ad aumentare la produttività totale dei fattori.

Il segreto di questa emissione gratuita di CCF sta nel fatto che questi certificati saranno utilizzabili per pagare imposte e fiscalità varia solo dopo due anni dalla loro emissione. Per due anni i titoli fungono da quasi-moneta, dopo due anni si possono usare per pagare il fisco. I certificati non costituiscono debito per lo Stato e sarebbero quindi compatibili con i trattati europei.

Una prima riflessione sorge da quest’ultima affermazione, mi chiedo cioè se è vero che nei primi due anni lo Stato non aumenta né il debito né il deficit, dal secondo anno in poi avremmo un mancato incasso di imposte pari a 200 miliardi; è compatibile con i trattati questa voce “strutturale”? Qualche dubbio in effetti mi rimane, anche se mi convince l’argomento “nazionalizzazione del debito”.

 

Come usare il bonus.

 

I CCF hanno tre tipi di beneficiari: i lavoratori dipendenti, i datori di lavoro ed i progetti mirati.

 

I lavoratori dipendenti.

 

I lavoratori dipendenti ricevono questi CCF e che se ne fanno? Li possono tenere nel cassetto e usarli, due anni dopo per pagare le tasse. Ma si sa i lavoratori dipendenti hanno le imposte trattenute alla fonte e quindi potrebbero usare i CCF solo per IMU, Tasi forse Tari. Certo che però in tal modo, tenendo i CCF nel cassetto la domanda non aumenta e lo Stato ci rimette tutto il gettito regalato.

Più ragionevolmente i lavoratori dipendenti venderanno i CCF, per monetizzare subito, anche se la monetizzazione sarà possibile al valore attuale come massimo, ma per invogliare l’acquirente ad acquistare titoli infruttiferi e congelati per due anni, il prezzo di vendita dei CCF sarà inferiore al 90% del valore nominale.

Ciò premesso occorre considerare quanto di quel netto ricavo si trasforma in pagamento di vecchi debiti (consumi già effettuati), risparmi e investimenti o consumi.

Di questa quota di investimenti o consumi si dovrà quindi verificare quanto viene spese nel mercato italiano e quanto sarà invece importato, sapendo che, e questo lo affronterò più avanti, la nostra produzione da venti anni sta perdendo l’allineamento con il lavoro socialmente necessario a livello europeo se non mondiale.

Chi si comprerà questi CCF? Aziende con liquidità in eccesso e sostanzioso imponibile fiscale; istituti finanziari che immobilizzando per due anni dei fondi sperano di rivendere i certificati alla scadenza e naturalmente ad un importo inferiore al loro importo facciale, altrimenti l’acquirente non avrebbe convenienza a comperare i CCF.

 

I datori di lavoro.

 

I datori di lavoro o si tengono i CCF in portafoglio e li usano a scadenza per pagare le imposte, realizzando un risparmio d’imposta pari all’importo dei CCF ma non contribuendo in nessun modo a far ripartire la produzione nel biennio successivo all’emissione.

Il risparmio di imposta al secondo anno successivo potrebbe essere usato per distribuire dividendi o investire in nuova tecnologia. Consumi nel primo caso, investimenti nel secondo caso, in entrambi i casi ci potrebbe essere un effetto espansivo sul fronte produttivo.

Difficilmente però l’impresa ha liquidità così abbondante da permettersi di tenere a magazzino i CCF, essendo invece spinto a vendere detti titoli o usarli come mezzo di pagamento per suoi fornitori.

La cessione in pagamento a fornitori, oltre ad essere allettante per il fornitore che rinuncia a liquidità per un titolo infruttifero, non fa altro che spostare su un altro soggetto le stesse considerazioni fatte nei primi tre paragrafi di questo capitolo.

Se invece vende i titoli ad un istituto finanziario valgono le considerazioni fatte all’ultimo paragrafo del capitolo precedente.

 

I progetti mirati.

 

In questo caso i CCF sono usati dallo Stato per finanziare investimenti produttivi, i fornitori e gli appaltatori delle opere sarebbero pagati in CCF quasi ovviamente al loro valore attuale. Dopo di che per i fornitori e appaltatori valgono le stesse considerazioni fatte al capitolo dedicato ai datori di lavoro.

Il grande merito di questo tipo di canalizzazione dei CCF è che sicuramente i fondi vanno ad aumentare la produzione, sicuramente ci saranno nuove assunzioni e maggiori consumi, sicuramente ci saranno effetti positivi sulla infrastrutturazione e sul miglioramento della produttività dei fattori della produzione.

L’unica remora, non banale ma seriamente incombente, è la probabilità che la corruzione e la concussione la facciano da padroni nella scelta e nella assegnazione delle opere.

 

Mi pare che per le due prime forme di canalizzazione dei CCF, si faccia lo stesso errore fatto dal governo con la legge di stabilità. Di fronte a vantaggi certi per i dipendenti (gli 80 euro) e per i datori di lavoro (Irap e esenzione triennale contributi), cui conseguono gravami certi sulle entrate erariali, non esiste alcuna contropartita certa da parte dei beneficiari. Già l’esperimento del 2014 sembra dimostrare che l’equazione 6 miliardi di bonus 80 euro pari a 6 miliardi di consumi in più, sia una equazione sbagliata. Ma più seriamente lo sconto Irap a tappeto non è legato a più assunzioni, obbligo di reinvestimento in azienda, finalizzazione all’innovazione o qualsivoglia altro obiettivo economicamente valido. Ci si affida al mercato, si spera che il mercato porti a comportarsi in modo virtuoso, ma il mercato è fatto anche di prodotti finanziari che non hanno riflessi positivi sull’economia reale ma, come nel 2007, causano danni enormi all’economia reale (manca un approccio obamiano quale il Frank Dodd act).

 

Solo la terza soluzione pare keynesianamente corretta (Keynes non avrebbe mai dato gli 80 euro ma piuttosto, usando il peggior esempio di provvedimento keynesiano avrebbe assunto operai per scavare e ricoprire una buca). Solo la terza soluzione, a mio avviso e corruzione permettendo ha effetti abbastanza certi, validi e non lasciati alla discrezionalità di un capitalismo come il nostro, troppo spesso ignave se non straccione.

 

Come si ripagano i CCF?

 

Posto che tutti i tre canali diano i risultati sperati, ce lo auguriamo, resta il fatto che a partire dal terzo anno le entrate dello Stato scendono di 200 miliardi. Riporto il testo del Manifesto:”Per effetto del moltiplicatore del reddito, il calo delle entrate pubbliche legate allo sconto fiscale differito di CCF verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL:”.

Questa affermazione mi lascia scettico, non ho gli strumenti per simulare uno sviluppo su dieci anni dell’operazione e lascio volentieri all’amico Riccardo Achilli un milione di volte più bravo di me in questo campo, di cimentarsi nella simulazione.

Penso solo questo; per generare 200 miliardi di imposte il terzo anno, il fatturato incrementale delle imprese che hanno un utile imponibile del 10% del fatturato e su quell’utile imponibile pagano il 30% di imposte, dovrebbe ammontare al terzo anno a 6.660 miliardi.

 

Ultimo punto

 

La situazione del nostro paese vive una crisi propria nella crisi generale dell’Europa ed in quella mondiale scoppiata con il default del capitalismo finanziario nel 2007.

La crisi del capitalismo finanziario si è scaricato prima sugli stati che hanno dovuto salvare le banche e quindi i tagli degli stati il crollo degli investimenti della domanda hanno investito in pieno il mondo produttivo. Mondo produttivo che, nella versione italiana, soffriva di un aumento della produttività se non negativo, pari a zero, mentre negli altri paesi cresceva più o meno significativamente.

L’aver scelto il recupero della produttività nell’abbassamento del costo del lavoro (cosa che anche questo manifesto propone) quando invece la globalizzazione richiedeva un atteggiamento schumpeteriano dell’assetto produttivo italiano, ci ha portati ad un vicolo senza uscita, con scarsissime possibilità di ritorno.

Il non aver capito che il lavoro socialmente necessario della nostra produzione sta diventando insopportabilmente esagerato rispetto alla concorrenza, è il vero fallimento dell’imprenditoria italiana, che si limita, come una zecca timorosa, a vivere di pubblici appalti corrotti e concussi.

La dimostrazione a contrario di quel che sto dicendo è rappresentato da quel 10/15%  per cento di imprese che investono, innovano, esportano. Solo uno sforzo che richiami lo spirito del New Deal roosveltiano, associando nell’impresa soggetti coraggiosi come gli imprenditori schumpeteriani e un mondo del lavoro che non si limiti a difendere i diritti ma abbia uno slancio di imprenditorialità e di corresponsabilità, offre un possibile sbocco alla crisi di questo paese in agonia.

Il mondo del lavoro deve vedere nell’alleanza con l’impresa schumpeteriana la forza vincente su un capitalismo finanziario dilapidatorio e fanfarone, per rilanciare un nuovo compromesso, basato su cogestione, corresponsabilizzazione, programmazione e gestione razionale dell’economia.

In questo processo va molto investito nella formazione dei lavoratori, proprio perché la globalizzazione va vinta solo con un lavoro altamente specializzato e ricco di contenuti tecnologici. Insomma il general intellect e l’imprenditoria schumpeteriana possono svolgere un ruolo vincente nel rilancio e nella trasformazione del nostro paese.

 

Purtroppo questo aspetto è completamente assente nel manifesto che stiamo commentando.

One thought on “Achilli e Gatti (Ricostruire) : CCF proposta interessante, ma non risolutiva

  1. daniele pompejano

    Creare una quasi-moneta alternativa all’euro e alle regole fiscali rigide imposte dalle economie europee più robuste: una sfida proposta da alcuni economisti, allettante sul piano politico che tuttavia, tentata in alcune economie latinoamericane in anni recenti, ha prodotto esiti disastrosi.
    A cavallo fra XX e XXI secolo uscire dalla stagflazione prima e dalla pesante deflazione poi per perseguire gli obiettivi del Washington Consensus, ha significato adottare un segno monetario diverso, una conversione della moneta: la dollarizzazione, cioè il dollaro direttamente, per es. in Ecuador. O il peso ancorato alla parità con il dollaro USA nel caso dell’Argentina. La ricaduta è stata l’ampliarsi della forbice fra due circuiti monetari: il sucre per la domanda minuta interna, nel caso ecuadoriano. Il regresso a forme di economia naturale e di baratto in taluni stati argentini. Ad avvantaggiarsi sono stati immediatamente gli equilibri delle bilance dei pagamenti e il rientro dal deficit pubblico è vero- ma a essere penalizzati sono state le fasce sociali che per motivi diversi non erano in grado di accedere al circuito monetario forte. Di più: i prezzi dei consumi correnti espressi in moneta debole hanno registrato rialzi inflazionari e il livello generale dei prezzi si è allineato con quello del dollaro. L’export dei due paesi latinoamericani è stato di conseguenza fortemente penalizzato. Cosa è accaduto fra il 2000 e il Natale del 2001 è noto. Mobilitazioni popolari e cacerolazos contro l’accoppiata deflazione-disoccupazione e lievitazione dei prezzi al consumo.
    L’utilizzo di CCF (Certificati di Credito Fiscale) e di BTP fiscali proposto sottrarrebbe l’Italia a quel tipo effetti negativi? L’idea di fondo è quella di liberare risorse da destinare a investimenti, opere pubbliche e consumi. Oppure di utilizzare risorse, appositamente create in forza della sovranità fiscale e monetaria dello stato, per gli stessi scopi. L’escamotage sarebbe che i titoli emessi non sarebbero convertibili in euro, ma sarebbero utilizzabili in tempi differiti (almeno due anni) per un rimborso indiretto come pagamento di debiti dei contribuenti verso lo stato. Ma potrebbero anche, nell’ipotesi formulata, costituire mezzi di “pagamento immediato”.
    Ciò vuol dire che a scadenze differenziate l’erario incasserebbe titoli inconvertibili, dunque corso forzoso o carta straccia. Ma, come è accaduto ancora in talune economie latinoamericane nel corso del secolo XIX, individui o imprese dotati di maggiori capacità finanziarie, potrebbero intercettare e accumulare titoli svalutati per far fronte ai propri debiti verso lo stato. Né è escluso che una speculazione si sviluppi anche dal livello internazionale: venire in possesso di titoli di credito- pur senza convertirli in moneta forte- potrebbe favorire multinazionali che operano sul mercato italiano riducendo costi e gravami fiscali. Non è molto diversa la situazione in cui è precipitata la Grecia a seguito della speculazione non più sulla dracma, ma sui titoli pubblici ellenici.
    L’effetto aggregato di lievitazione dei prezzi e di manovre sui titoli non risolverebbe la “trappola della liquidità”, non susciterebbe che per un periodo brevissimo crescita del PIL, produrrebbe sul medio periodo carenza di numerario, stagnazione e in più crisi monetaria e fiscale dello stato.
    Il nodo di fondo resta quello di “convincere l’asino a bere” una volta che si siano rese disponibili risorse attraverso l’azzeramento del prime-rate. Quanto e in quale settore investire non può essere una scelta delegata alla forza dell’inesistente “mercato autoregolato” – è sotto gli occhi di tutti. Ma neanche suscitare circuiti paralleli di breve e incerta vitalità consentirebbe di bypassare la “trappola della liquidità” giacché non sono le disponibilità finanziare a mancare, ma l’interesse a investire e l’attesa di ritorni inferiori ad utilizzi delle risorse sganciati dall’economia reale e dal consumo.
    Daniele Pompejano, prof. Ordinario di storia dell’America latina, Università di Messina.

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