Achilli (Ricostruire) sul documento di Vendola

Dopo l’articolo di Nichi Vendola sull’Huffington Post del 27 Ottobre ( http://www.huffingtonpost.it/nichi-vendola/ora-diamo-una-forma-politica-alla-piazza-della-cgil_b_6055568.html), Riccardo Achilli cerca di riflettere sui limiti e le prospettive di nuove aggregazioni politiche a sinistra del PD.

 

Una rappresentanza politica nuova” come dice Vendola non significa necessariamente, perlomeno nell’immediato, un nuovo partito, significa una forma per tornare a rappresentare, in modo più forte, gli interessi de lavoro. Può significare anche una rete di rapporti fra soggetti diversi, che si attiva per specifici obiettivi. Non credo che si debba avere la fretta di correre verso il “partito nuovo“, né che si debba interpretare univocamente in tal senso le parole di Vendola.

A mio avviso, difficilmente, nell’immediato, la sinistra Pd uscirà, e dobbiamo affrontare l’ipotesi che non esca proprio, né ora né dopo, e regolarci di conseguenza. Occorre evitare la precipitazione a fare il partito, perché, senza solide basi di analisi politica, sociale e di proposta, rischia di essere l’ennesima lista patchwork fallimentare. Di conseguenza, auspico un processo progressivo di costituzione, che parta da una rete fra i soggetti, imperniata su battaglie ed obiettivi comuni, che ovviamente abbia una sua evoluzione verso un soggetto politico e partitico, nel senso più pieno del termine “partito”, e che sia unitario.

La scissione che conta è quella degli elettori, non quella dei dirigenti. Per attrarre gli elettori, occorre una proposta, occorre una capacità di dialogo, occorre una strutturazione organizzativa, e solo dopo occorre un leader efficace. Tutte cose che non si improvvisano mettendo su una lista. Che richiedono lavoro nel territorio, lavoro intellettuale al centro, credibilità nel combattere battaglie mettendo insieme il fronte più vasto possibile, indipendentemente dalla sua collocazione attuale. Ho visto troppi esperimenti last minute, o fatti in fretta e furia, andare a sbattere il grugno alla prova del voto.

Prima di pensare a nuovi rassemblements di sinistra fatti in forma organizzativa di un partito vero e proprio, dobbiamo porci delle questioni preliminari. La più importante è la seguente: quali gruppi sociali vogliamo rappresentare? Ci dobbiamo rimettere in una logica operaista, o pensiamo ad un fronte dei produttori, che includa anche la piccola borghesia, la PMI, il professionista, che scommetta su un processo di innovazione sociale ed economica, che scommetta su una riproposizione moderna di alleanza fra produttori, e fra questi ed il disagio sociale di chi è escluso dal lavoro? Io sono per questa soluzione. Questa soluzione implica però il tentativo di rimettere insieme una proposizione sindacale il più possibile unitaria, di fare sintesi fra crescita e distribuzione, fra eguaglianza e una via alta, non certo coreana, alla competitività. Chi viene dall’area Tsipras è disposto ad una simile alleanza? E poi, c’è un problema di forma-partito da risolvere: come stare insieme in un partito che eviti la massificazione e massimizzi la valorizzazione del singolo, e delle reti fra gli individui per costruire progettualità, che sappia realizzare un flusso bidirezionale di dialogo, fra vertice e base, non il modello a network che propone Barca, che è in realtà unidirezionale. Se queste due definizioni di sinistra che sto dando, sul piano economico/sociale e su quello della forma partitica, coincidono con le mie, allora possiamo fare un lavoro comune. Diversamente, possiamo al più fare singole battaglie. Ma dobbiamo chiarire se vogliamo il Frente Amplio oppure la sinistra dei puri, o ancora il modello-Podemos (che per inciso sta cambiando molto, dandosi una strutturazione partitica) cioè quello del movimentismo. Il chiarimento dipende anche dallo spettro sociale cui ci proponiamo.

E certamente dobbiamo anche porci il problema del leader. Sul leaderismo usato come scorciatoia per evitare l’analisi sociale e di classe, o come collante di una struttura “leggera” possiamo discutere criticamente. Un partito è luogo di elaborazione culturale e di formazione e selezione politica, non una macchinina elettorale o di consenso.

Fintanto che tali questioni non saranno risolte, accelerare verso una scissione interna del PD (che peraltro non dipende da noi) con l’idea di fare l’ennesima lista improvvista, ci esporrà probabilmente a responsi elettorali disastrosi. Sento teorie strampalate sul bacino elettorale potenziale di un partito a sinistra del PD che aggregasse eventuali scissionisti della sinistra Dem, SEL e altri che venissero da Rc o da altre formazioni, magari con la cinghia di trasmissione della Fiom. Teorie basate su estrapolazioni di dati di sondaggi che in realtà non analizzano il tema, ovvero il bacino potenziale di una formazione di questo genere, mentre ricordo che tali esperimenti, fatti in passato, e tirati su in modo improvvisato e senza la dovuta analisi sociale ed organizzativa, hanno oscillato fra il 2% ed il 4%. Troppo poco.

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