Ferrari e Achilli (Ricostruire) : investimenti e sviluppo

Il documento di “Ricostruire” inizia a generare un vivo dibattito : alle precedenti osservazioni di Riccardo Achilli, aggiungiamo con piacere un nuovo botta e risposta tra lui e Stefano Ferrari, esperto di investimenti e tecnologie.

Alcune precisazioni di Stefano Ferrari

Il baricentro delle mie precedenti osservazioni riguarda la necessaria valenza centrale della perdita di competitività del nostro sistema economico e produttivo. Un declino di lunga data e crescente, mai affrontato seriamente, e, ormai, intrecciato con tutte le forme di crisi della nostra società, incominciando da quella sociale e del lavoro. Peraltro è normale che certi difetti non corretti per tempo si trasformino in deformazioni strutturali. Da qui la differenza di attenzione da dedicare a questa questione dal momento che senza la soluzione di questo problema anche tutte le altre riforme necessarie, non solo non possono essere considerate come sostitutive, ma probabilmente non potranno nemmeno andare in porto.

Se, dunque, questa questione non assume una gerarchia adeguata, qualunque doc. di politica economica diventa discutibile; esplicitare la scelta di fondo di passare da una competitività di costo ad una competitività di qualità tecnologica rappresenta, dunque, l’impegno e la logica da assumere in termini molto chiari per qualunque paese che intenda nei tempi attuali collocarsi nell’area dei paesi avanzati. […]

[N]on ho, ovviamente, nessuna difficoltà ad ammettere che esistono incentivi buoni, cattivi e anche pessimi. Impossibile non essere d’accordo, ma proprio questa impossibilità dovrebbe indurre ad andare oltre, ma non certo per immaginare di applicarli “sui settori trainati dello sviluppo e su interventi specifici.”.

Ed elencare tutti i settori di possibile intervento – made in Italy, meccanica automotive, green economy, chimica verde, turismo, industria culturale e ricreativa, servizi avanzati di ICT, e R&S, la raccolta differenziata e la relativa impiantistica a valle, .. e poco oltre si cita anche “la difesa degli asset strategici: siderurgia e chimica di base, telecomunicazioni e ancora “ il varo di alcuni progetti di innovazione di bandiera come le smart grids e la mobilità intelligente”; ( ma a questo punto perché no alla biotecnologia, ai nuovo materiali, alla farmaceutica, alle apparecchiature elettromedicali, o, volendo essere più “pesanti”, il sistema e le regole dell’informazione,,,?) – significa affrontare il declino e la perdita di competitività del nostro sistema economico? Credo sia comprensibile avanzare ulteriori forti dubbi.

La necessità di costruire un sistema di valutazione e di programmazione dovrebbe essere la “garanzia” preliminare, visto che in materia c’è il deserto e senza questi strumenti si naviga a vista. Un CNEL certamente da riformare, avrebbe potuto essere la sede opportuna per questi strumenti, ma, non a caso, si è preferito non riformalo ma chiuderlo…e nessuna ha detto nulla. . : Cosi come si è steso un velo di accurato silenzio sugli incentivi a favore delle fonti rinnovabile il cui consuntivo disastroso – facilmente prevedibile e previsto – stiamo ancora pagando.

Nel Doc, in questione si affronta anche la questione delle risorse finanziarie dal momento che si afferma che per “la correzione del divario competitivo occorre tornare a ad investire in quantità analoga ai concorrenti e qualità migliore. Per fare ciò, evidentemente occorre allentare i vincoli del rigore europeo, altrimenti la funzione di investimento non ripartirà mai”. Sulla questione “quantità e qualità degli investimenti rimando ad alcune considerazioni indicate nel seguito. Sulla questione della riforma dell’Europa credo che possiamo esprimere dei pareri fortemente convergenti, anche in contrasto alle attuali mode liberiste ancora prevalenti.

La questione che rimane è quella di considerare come questa riforma dell’Europa appaia del tutto incerta nei tempi e nei modi, per cui si prospetta molto concretamente la necessità di disporre di una possibile alternativa tra “declinare aspettando” o “declinare uscendo dall’Europa”. L’attuale Governo, peraltro, una quota di risorse finanziarie le ha trovate, ma le dedicherà alla competitività da prezzo e quindi saranno sprecate, a parte un qualche breve illusione. […] Personalmente penso che le risorse ci siano e che occorre avere la voglia e la forza di andare a prenderle dove tutti sanno che esistono, anche per correggere un indice di Gini inaccettabile in linea generale, ma certamente nell’attuale fase di pesante crisi sociale. .

Si torna così alle dimensioni culturali e politiche della nostra crisi economica e sociale. Dunque – e credo che su questo punto siamo tutti d’accordo – .la nostra crisi economica si intreccia con una crisi politica e culturale .

Avrei, infine, espresso una “sottovalutazione degli investimenti, oltre che una discrasia rispetto ai dati statistici”. Cerchiamo di ordinale le idee: siamo d’accordo che per lo sviluppo occorrono finanziamenti e siamo d’accordo sul fatto che da noi esiste una cattiva qualità di questi investimenti. L’eventuale disaccordo ci sarebbe sull’entità di questi investimenti. Io affermo che i nostri investimento sono stati confrontabili, se non superiori a quelli di paesi nostri “soci”, mentre Achilli dice che sono stati inferiori. Io traggo la mia affermazione da dati statistici [di fonte OECD, come il] il confronto tra l’entità degli investimenti in capitale fisso per addetto nel settore manifatturiero [a prezzi correnti].  […] Il fatto che su questioni preliminari come quella dell’impiego di determinati indicatori ci sia ancora la necessità di una valutazione, indica solamente lo stato di arretratezza non degli autori, ma del dibattito a sinistra in Italia.

grafico ferrari orig

Di seguito la risposta di Riccardo Achilli :

 

Prima di rispondere a Ferrari nel merito delle suo nuove osservazioni, togliamoci di torno la questione dei dati statistici sull’accumulazione di capitale. Evidentemente, la formazione lorda di capitale fisso va valutata in volume, e non a prezzi correnti, altrimenti si rischia di introdurre nel confronto fra diversi Paesi il fattore distorcente dei diversi tassi di inflazione. Usando esattamente lo stesso indicatore usato da Ferrari, ovvero il rapporto fra formazione lorda di capitale fisso e occupati, con la stessa fonte statistica (Ocse, sistema Stan) ed usando il dato in volume e non a prezzi correnti, abbiamo [una] situazione, che è esattamente il contrario del suo grafico.

Sostanzialmente, l’accumulazione REALE, IN VOLUME, di nuovo capitale fisso lordo, espungendo la distorsione derivante da differenti tassi di inflazione e quindi di valorizzazione monetaria, è, in Italia, sistematicamente inferiore a quella di Francia, Germania e Olanda, e, a partire dal 2004-2005, persino rispetto a quella spagnola. Il che è tutto dire.

grafico ferrari

Inoltre, e qui iniziamo ad entrare nel merito, quello che conta, oltre al volume totale degli investimenti, è anche la loro qualità, cioè l’allocazione settoriale. Nella mia prima risposta, evidenziavo questo problema, che Ferrari salta a piè pari.

Venendo adesso al merito della risposta di Ferrari alle mie osservazioni, devo a mia volta commentare come segue:

a) Credo che non ci sia nemmeno bisogno di rispondere alle osservazioni di Ferrari circa una presunta sottovalutazione di un modello di sviluppo basato su innovazione e qualità nel nostro documento. Essere arrivati a fare questa affermazione a pagina 18, come ci viene rimproverato, dipende dal fatto che le precedenti pagine sono occupate da considerazioni di scenario politico, che riteniemo essere importanti tanto quanto l’agognata innovazione. Circa l’importanza di un modello innovativo, importanza che permea tutto il documento solo che lo si voglia vedere, inutile ripetermi. La mia prima risposta a Ferrari chiarisce che l’intero assetto del documento è improntato a questa traccia generale. Se poi non lo si vuole vedere, è un altro conto;

b) Se Ferrari ammette che esistono anche “incentivi buoni”, la sua affermazione per cui non ci si dovrebbe immaginare di applicarli su settori trainanti è incomprensibile.

c) noi non siamo un piccolo Paese, né abbiamo un’economia fortemente specializzata su pochi poli. Se Ferrari si lamenta della numerosità dei settori strategici indicati dal nostro documento per investire in innovazione, dovrebbe rileggersi i documenti programmatici, dal piano nazionale della ricerca, ai programmi operativi regionali, non dimenticando di dare un’occhiata ai settori innovativi c.d. “abilitanti” della Ue. Quelle da noi indicate sono priorità coerenti con le specializzazioni e le vocazioni produttive della nostra industria manifatturiera. Stiamo parlando di sette settori prioritari, e vorrei ricordare che la Ue ci suggerisce, nel suo elenco di tecnologie abilitanti, sei priorità. Sette nel nostro documento, contro sei suggerite. Devo dire che è arduo parlare di una dispersione di risorse.

d) [Q]uando parliamo di raccolta differenziata, stiamo parlando di qualcosa che non ha una implicazione innovativa. E’ un settore tradizionale, che però per il nostro Paese è un servizio essenziale alle popolazioni. Così come la siderurgia e la chimica di base, concepite eminentemente come difesa di asset produttivi già esistenti, non di innovazione nel tessuto produttivo, sono settori “scale intensive”, non “hi tech”, la cui difesa però è necessaria per un Paese che vuole rimanere manifatturiero. In sostanza, io rivendico che in un pensiero complessivo sulla nostra economia si possa pensare anche ai servizi pubblici essenziali ed ai settori di base dell’industria, oltre che ai laboratori avanzati o agli spin-off accademici.

e) In generale, la cosa che per Ferrari sembra essere poco digeribile è che si faccia una politica industriale imperniata anche sui settori tradizionali, e non solo sulla frontiera dell’innovazione. Ebbene, io ritengo che concentrare tutta la programmazione su 4-5 settori ad alto contenuto tecnologico, dimenticando che il nostro Paese produce ricchezza anche con il made in Italy di qualità (il cosiddetto “bello e ben fatto” di Confindustria/Prometeia), con la meccanica di base, con il turismo e con l’artigianato tipico, sarebbe una vera e propria follia. C’è una innovazione, organizzativa, commerciale e per certi versi anche di processo e di prodotto, che coinvolge anche i settori maturi e tradizionali, che costituiscono la base del nostro export e di ciò che ha reso importante il nostro Paese, che va supportata. Non possiamo pensare di fare un prato verde di tutte le vocazioni produttive che non ci piacciono perché non sono di “frontiera”, e pensare che un’economia grande e diversificata possa basare tutte le sue chance di sviluppo su meccatronica, materiali innovativi, biotecnologie e nanotecnologie, o qualche altro settore di frontiera;

f) non concordo con l’idea di assegnare al CNEL un ruolo di valutatore delle politiche. Una valutazione realmente efficace richiederebbe soggetti terzi, non le parti economiche e sociali che dentro il CNEL sono rappresentate, e che quindi hanno interessi “di parte” ad orientare una ricerca valutativa verso i risultati più confacenti con i loro interessi. Sarebbe opportuno dire che un CNEL che avesse funzionato bene, avrebbe avuto bisogno, ma in quanto utilizzatore, non produttore, di efficaci ricerche valutative; […]

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