Achilli ( Ricostruire) : “Innovazione al centro della nostra proposta”

In risposta al contributo critico di Sergio Ferrari, pubblichiamo una estesa argomentazione del compagno Riccardo Achilli.

Il nucleo dell’argomentazione critica di Sergio Ferrari, rispetto al nostro documento, è, se non ho capito male, la richiesta di andare più in profondità nell’analisi delle cause strutturali del gap competitivo italiano, che egli identifica, direi a ragione, nell’assenza di un Sistema Nazionale dell’Innovazione pienamente integrato e funzionante, ed ovviamente delle capacità che presiedono, nel soggetto pubblico, alla formazione e gestione di siffatto sistema, talché gran parte degli interventi, da noi immaginati, sarebbero grosso modo, secondo il nostro interlocutore, poco più che pannicelli caldi apposti sulle conseguenze di tale gap strutturale di competitività.
Dissento su quattro aspetti da tale lettura di Ferrari. Una lettura del nostro documento, ritengo, per certi versi poco attenta e per altri un po’ ingenerosa. Ripercorro le quattro critiche di Ferrari che non reputo condivisibili.

A) A giudizio di Ferrari, non vi sarebbe, nel documento del network, coscienza dell’importanza dell’innovazione come fondamento di un modello di competitività strutturale, e della ricostruzione di capacità di analisi, programmazione e valutazione a sostegno delle politiche per il rilancio della competitività strutturale.

Già in sede di analisi, affermiamo (pag. 18) che “c’è un problema strutturale legato al declino dell’economia, che si riflette nelle dinamiche della produttività, soprattutto del capitale e “di sistema” (…) Il nostro Paese, però, vive “una crisi nella crisi”. In Italia, alla crisi di domanda si somma una crisi dell’offerta, che viene da più lontano e che si traduce nell’insufficiente accumulazione di capitale e nella sua scarsa capacità di incorporare progresso tecnico (…) Oggi, l’Italia paga più di altri la specializzazione produttiva mediamente a basso valore aggiunto, la costellazione di piccole e piccolissime imprese, l’insufficiente innovazione di processo e di prodotto, gli scarsi investimenti (pubblici e privati) in R&S, la scarsa dotazione infrastrutturale materiale e immateriale, ecc”. quindi la critica di Ferrari è confutabile già solo in sede di analisi dei problemi che il nostro documento afferma.
Ma andiamo più in profondità. Prendiamo la definizione più diffusa di Sistema Nazionale per l’Innovazione, ovvero quella dell’Ocse, perché dobbiamo sapere ciò di cui stiamo parlando, nel momento in cui critichiamo Secondo tale definizione, tale sistema si configura attorno a quattro building block generali:

1. il settore delle imprese, con i propri laboratori di R&S;

2. le università (unitamente ai consorzi interuniversitari e i loro laboratori ed ai centri di ricerca pubblici);

3. il settore pubblico, comprendente diverse categorie di organizzazioni (incluse quelle non-profit), sia con missioni specifiche (per lo spazio, la difesa, la salute, l’energia, l’ambiente, l’agricoltura, ecc.) sia con finalità di ricerca di base, sia, infine per quanto riguarda la fondamentale funzione trasversale dell’istruzione, senza la quale non ci può essere innovazione;

4. Il sottosistema delle infrastrutture scientifiche, tecnologiche ed immateriali.

E’ del tutto evidente che un “sistema” come il SNI, che metta a rete tali building block debba partire, nella realtà del nostro Paese, da una ricostruzione dei singoli building block stessi, che più di venticinque anni di politiche miopi hanno distrutto. La scuola pubblica è in stato di pre-agonia, come dimostrano i dati dell’indagine PISA. Il digital divide di ampie zone del Paese sulla banda larga a più alta velocità è una realtà. Il cattivo stato dell’Università è evidente, soprattutto in termini formativi (i laureati italiani, ci dice l’Ocse, hanno il terzo tasso di placement più basso fra i laureati di tutti i Paesi Ocse) mentre in termini di ricerca, con i pesanti tagli subiti in questi anni (la spesa pubblica in R&S per abitante, in Italia, nel 2012, è pari al 69% della media comunitaria – Eurostat) siamo ancora l’ottavo Paese del mondo per numero di pubblicazioni scientifiche, ma abbiamo problemi a finalizzare tale ricerca in un prodotto applicabile a livello industriale (ad es., il numero di brevetti EPO per milione di abitanti è pari al 64% della media della Ue – Eurostat). Infine, il sistema delle imprese è sottocapitalizzato, frammentato, connotato da un modello di specializzazione produttiva orientato verso i settori tradizionali (e su questi aspetti riferiti al modello produttivo italiano, con riferimento ai vincoli che pongono all’attività innovativa, anche Ferrari si dice d’accordo con noi).
Allora, evidentemente, il problema prioritario consiste nel recuperare e rilanciare le componenti di base (scuola, imprese, università e ricerca pubblica, infrastrutture) del Sistema Nazionale dell’Innovazione, e nel costruire le capacità programmatiche e di indirizzo necessarie per poi, successivamente, metterle in rete, arrivando quindi ad un vero e proprio sistema. Non ci sono, infatti, scorciatoie. Ragionando sui frequenti fallimenti dei tentativi di fare rete fra queste componenti, e sulle sconfitte di molti esperimenti di trasferimento tecnologico e di partenariato fra ricerca pubblica ed aziendale messi in atto (a partire dai parchi scientifici e tecnologici, passando per gli incubatori, le reti d’impresa, la scarsa partecipazione delle PMI italiane ai bandi dei Programmi Quadro europei) occorrerebbe rendersi conto che alla radice, fra i numerosi motivi, ve ne sono due fondamentali: il declino qualitativo dei building block sopra accennati, e l’insufficiente volontà e capacità del sistema pubblico nell’assumere un ruolo di guida, programmazione e direzione (non a caso, infatti, un esperimento di discreto successo, come quello dei progetti di innovazione industriale dell’allora Ministro Bersani, si è basato su un ruolo di direzione e programmazione pubblica piuttosto forte e pregnante).
Nel nostro documento, contrariamente alle osservazioni di Ferrari, si ritrovano, esattamente, politiche per rilanciare le componenti di base del SNI. Ad esempio:
A pag. 18 prevediamo interventi per il sostegno mirato dei settori di eccellenza a più alto potenziale di sviluppo, basati ul sostegno all’innovazione tecnologica ed organizzativa, alla formazione degli addetti, all’internazionalizzazione, alla capitalizzazione ed alla collaborazione di rete, cioè interventi sinergici fra ricerca pubblica ed imprese su progetti ad alto potenziale innovativo e con sbocchi di mercato, mirati su settori hi-tech o anche su alcuni settori tradizionali (dove comunque esistono numerosi spazi per fare innovazione, organizzativa, di processo, ecc.) ben selezionati, in base ad una capacità programmatica a monte;
La difesa delle imprese pubbliche operanti in settori strategici dal punto di vista innovativo, sulla base del presupposto che i campioni nazionali possano investire su innovazione radicale con sforzi finanziari e tempistiche che le imprese private non possono sostenere (pag. 19);
Politiche di supporto alla crescita patrimoniale e dimensionale, ed all’aggregazione di rete, fra PMI, insieme ad interventi di evoluzione del loro modello di specializzazione produttiva, per recuperare il ritardo innovativo del settore privato italiano, attraverso una molteplicità di strumenti, non solo agevolativi, ma anche fiscali (pag. 17) e di partnership pubblico/privata su progetti di investimento strategici, attraverso una Banca Pubblica per lo Sviluppo (pag. 18);
Il rilancio delle infrastrutture immateriali ed informatiche con la banda larga di ultima generazione su tutto il territorio nazionale (pag. 19);
Il rilancio della scuola e del sistema di istruzione (pagg. 25 e 26);
Il varo di alcuni progetti di innovazione “di bandiera” come le smart grids o la mobilità intelligente;
Per rafforzare una capacità programmatica, di indirizzo e valutazione da parte del soggetto pubblico, nelle pagine 22 e 23 prevediamo un riassetto della funzione pubblica, associato al già ricordato rilancio del ruolo dei campioni industriali pubblici.

B) A giudizio di Ferrari, le statistiche dicono che gli investimenti da noi sono stati quantitativamente simili a quelli degli altri paesi dell’U.E., ma diversi sono stati i risultati economici. E comunque interventi di investimenti alla Keynes, aggiornati alle nuove condizioni internazionali, potrebbero non avere effetti significativi.

Leggo una sottovalutazione della funzione competitiva degli investimenti, oltre che una discrasia rispetto ai dati statistici. Per poter ricostruire le componenti di base del SNI e le funzioni di indirizzo e guida di tale sistema, non si può non tornare ad investire. Il degrado dell’andamento della produttività totale dei fattori dipende proprio da una capacità di investimento, pubblica e privata, insufficiente, e di cattiva qualità in termini di allocazione settoriale. Giustifichiamo questa ultima affermazione con i dati.
Non è vero che “le statistiche dicono che gli investimenti da noi sono stati quantitativamente simili a quelli degli altri paesi dell’U.E”. Eurostat ci dice invece che la formazione lorda di nuovo capitale in Italia, fatto pari a 100 il suo volume sul Pil reale nel 2005, fra 1995 e 2013 mostra un trend inferiore a quello dei nostri competitor dell’area-euro (graf. 1) e tale dinamica più lenta si manifesta già negli anni precedenti alla crisi (1995-2008) tranne alcuni periodi limitati (1995-1996 e 2002-2004).
E’ proprio nell’insufficiente quantità di accumulazione di capitale, e nella cattiva qualità in termini di scelte allocative settoriali, che risiedono gli elementi fondanti del ritardo competitivo strutturale del nostro Paese, essenzialmente in materia di capacità innovativa, evidenziato anche da Ferrari. Quanto alla cattiva qualità degli investimenti, va infatti notato, a puro titolo esemplificativo, che:
La spesa pubblica in ricerca di base (che poi è la radice di ogni innovazione) è pari ad appena lo 0,3% del PIL;
La spesa pubblica nel sistema educativo è il 4,2% del PIL, a fronte del 5,3% medio europeo;
L’investimento delle aziende, in R&S, misurato per abitante, è pari a circa la metà della media europea, per cui la spesa in ricerca ed innovazione delle imprese italiane accumula un ritardo, rispetto ai concorrenti europei, superiore rispetto a quello della ricerca pubblica, proprio per le caratteristiche del nostro sistema produttivo, poc’anzi accennate.
Per avere ciò che Ferrari chiede, ovvero la correzione del divario competitivo, occorre, quindi, tornare ad investire in quantità analoga ai concorrenti, e in qualità migliore. Per fare ciò, evidentemente, occorre allentare i vincoli del rigore europeo, altrimenti la funzione di investimento non ripartirà mai, ed è per questo che il documento del Network dedica molta importanza a tale aspetto. Non si costruisce un nuovo modello competitivo ex nihilo.

C) In base alle osservazioni di Ferrari, il Documento del Network riproporrebbe le solite e fallimentari politiche basate sulle agevolazioni e gli incentivi.

Anche rispetto a questa osservazione, direi che la lettura del nostro documento, da parte di Ferrari, è stata molto distratta. A pag. 18 affermiamo che “L’Italia non ha più una politica industriale da decenni, avendola sostituita, dai tempi della legge 488, con un mero approccio compensativo basato sugli incentivi a fondo perduto a pioggia, privi di selettività settoriale e per tipologia di operazione”. Quindi affermare che siamo degli amanti degli incentivi è quantomeno fuori luogo.

Detto questo, la questione degli incentivi va affrontata in modo, per così dire, laico. Il problema non risiede nei regimi di aiuto di per sé, strumento peraltro utilizzato in tutti i Paesi europei, e nell’ambito delle stesse politiche di sostegno alla ricerca ed all’innovazione fatte dall’Unione Europea, per esempio con il programma Horizon 2020. Gli incentivi sono semplicemente strumenti. Quando sono utilizzati male, evidentemente sono dannosi.
La politica italiana degli incentivi alla R&S ed all’innovaizone, avviata con la famosa legge 46/1982, è stata carente sotto numerosi aspetti. Un sistema incentivante deve essere infatti selettivo, in base a settori prioritari di innovazione, deve però anche controbilanciare la selettività con un sostegno ampio e generalizzato alla ricerca di base, che costituisce la fonte della conoscenza, non può basarsi sul fondo perduto come forma tecnica, ma deve tenere conto delle specifiche esigenze finanziarie connesse ad un investimento in R&S, che è di per sé rischioso, particolarmente costoso, e con un break even point piuttosto lontano nel tempo, deve affiancarsi a sostegni di altro tipo, in una logica di programma integrato (scouting tecnologico, sostegno alla creazione di reti con il sistema della ricerca, laddove le fonti di ricerca necessarie alla specifica impresa sono disponibili, ecc.). Ma non si possono condannare gli incentivi in quanto tali, specie in una fase in cui il credito bancario, sempre molto “taccagno” rispetto ai progetti innovativi, è oggi in continua contrazione, e quindi le imprese non hanno, semplicemente, la fonte finanziaria con la quale sostenere progetti di investimento di questo tipo. Il discorso sulla forma tecnica (venture o seed capital, o forme di partnership pubblico/privata all’investimento innovativo) sarebbe troppo lungo e molto tecnico, quindi mi astengo.

D) Secondo Ferrari, occorre aggiungere un secondo linea politica di intervento per contrastare la disoccupazione e la povertà il più rapidamente possibile. Questa seconda linea dovrebbe essere rappresentata dagli investimenti a breve sulla manutenzione del territorio.

Anche qui, la lettura del nostro documento è stata distratta e forse frettolosa. Da pag. 24 in poi, ad esempio, proponiamo esattamente quanto da lui rilevato. Ivi compresa la manutenzione del territorio.
L’osservazione finale di Ferrari, secondo la quale “immaginare di correggere tutti i difetti del paese conservando uno sviluppo minore di quello dei paesi confinanti è una bella favola” mi auguro che non sia rivolta a noi, dato che il documento propone una strategia di sviluppo nel senso più ampio che la parola ha, spaziando dalle politiche industriali (e per quanto visto anche a quelle per la conoscenza, la ricerca e l’innovazione) a quelle istituzionali, alla riforma del sistema pubblico, al rilancio del Mezzogiorno, alle politiche sociali e di welfare, alle politiche attive del lavoro. E’ sempre possibile criticare il nostro modello, ma francamente non è accettabile affermare che intendiamo conservare uno sviluppo minore rispetto ai Paesi confinanti.

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