Sergio Ferrari : “Ricostruire punti sull’alto valore aggiunto.”

Il compagno Sergio Ferrari ci ha inviato alcune note di commento al documento di “Ricostruire”, che qui pubblichiamo integralmente : a breve analizzeremo le criticità emerse in questo intervento, dando il nostro punto di vista.

Prime Osservazioni al documento di “Ricostruire”.

L’osservazione secondo la quale una specializzazione produttiva mediamente a basso valore aggiunto e una struttura di piccole e piccolissime imprese sono la causa di una insufficiente capacità innovativa di processo e di prodotto del nostro Paese, ripresa dal documento, è ampiamente condivisibile; tuttavia la battuta successiva e cioè l’insufficienza accumulazione di capitale e gli scarsi investimenti (pubblici e privati) deve essere verificata in quanto le statistiche dicono che gli investimenti da noi sono stati quantitativamente simili a quelli degli altri paesi dell’U.E., ma diversi sono stati i risultati economici. Se cosi non fosse sarebbe difficile spiegare la differente competitività.
Comunque sia, con quelle due caratteristiche — specializzazione produttiva e struttura dimensionale del sistema produttivo — sembra impossibile recuperare un declino che nasce negli anni ’80. Ma è anche molto complesso pensare di invertire un divario competitivo che oltre a tutto, è crescente. Nel Documento non riesco ad individuare la coscienza di questa questione e gli interventi citati — in sostanza il ricorso ai soliti sistemi di incentivi, agevolazioni, ecc., non tengono conto dei precedenti e non casuali fallimenti di simili provvedimenti.
Questo divario competitivo, nel mondo attuale, non è rimediabile con provvedimenti assunti senza sapere quale sono le cause della nostra crisi o cercando di correggere altri fattori negativi del sistema economico e sociale— molto spesso essendo degli effetti di quel declino e non una causa. Questo divario ha natura strutturale nel senso che per raggiungere i livelli competitivi dei paesi avanzati occorre disporre di strutture specifiche che si realizzano — quando ci si mette — in svariati anni. Se poi non si ha nemmeno la coscienza del problema la soluzione diventa ovviamente sempre più complessa se non improbabile.
Questa osservazione esprime una difficoltà ad apprezzare molte delle proposta contenute nel Documento: gli interventi “a sostegno dell’innovazione tecnologica” cosa sono?.
Per intervenire sulla competitività tecnologica di un sistema produttivo occorre disporre di un Sistema dell’Innovazione di cui in Italia non c’è nemmeno una traccia. Non ha nessuna possibilità di essere atteso un risultato positivo ottenuto con una frazione delle risorse di conoscenza impiegati dagli altri paesi; va bene il genio italico ma anche questo ha un limite … Anche ipotesi tra le più avanzate e cioè interventi di investimenti alla Keynes, aggiornati alle nuove condizioni internazionali, potrebbero non avere effetti significativi, se affidati agli stessi attori precedenti.. Inoltre prima di indicare settori d’intervento dovrebbe essere necessario costruire gli strumenti attuativi, nonchè le capacità di analisi, di valutazione e di programmazione quali e quantitative degli interventi, altrimenti si rischia un soggettivismo e una approssimazione mortale. .
Poiché inoltre gli effetti positivi di una politica tecnologica tutta da costruire, non sono a breve termine, occorre aggiungere un secondo linea politica di intervento per contrastare la disoccupazione e la povertà il più rapidamente possibile. Una linea aggiuntiva e non sostitutiva. Questa seconda linea dovrebbe essere rappresentata dagli investimenti a breve sulla manutenzione del territorio, dei servizi, ecc. sui quali non mi soffermo se non per la raccomandazione di evitare finanziamenti omeopatici per ovvi motivi.
Tornando alla questione della nostra competitività, poiche questa è in primo luogo relativa al confronto con i paesi nostri partner nell’U.E., anche nell’ipotesi di una cambiamento di quelle politiche scellerate dell’U.E., quel nostro divario non è affatto detto che venga eliminato.
Non è nemmeno pensabile che molte delle cosiddette riforme che dovrebbero correggere i difetti del Paese — dalla corruzione, all’evasione, ecc — si possano realizzare portando agli effetti desiderati senza modificare il trend del nostro sviluppo, essendo più probabile il contrario. In sostanza la questione del nostro non sviluppo è del tutto preminente e preliminare a molte ipotesi di uscita dalla crisi. Peraltro correggere questo declino non è questione esterna alla responsabilità diretta e esclusiva della politica economica e sociale del Paese. Immaginare di correggere tutti i difetti del paese conservando uno sviluppo minore di quello dei paesi confinanti è una bella favola ma che si regge solo se – come si accenna più volte in “Ricostruire” – in parallelo si mettono le retromarce ai processi democratici o, forse, peggio.
Credo che l’impostazione sopra accennata abbia conseguenze su un ampio fronte di questioni politiche e che possa anche offrire una apertura rispetto alla modifica della qualità dello sviluppo e , quindi, contenere un messaggio necessario per offrire una prospettiva positiva alla proposta politica complessiva di una sinistra credibile.
Ma su queste questioni tornerò avendo prima soppesato le vostre osservazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.