Mauro Sentimenti : “No all’uscita dall’Euro, serve uno sguardo globale”

Mauro Sentimenti, economista, in occasione del convegno del 20 Settembre ha espresso alcune valutazioni sulle proposte del nostro Manifesto: ci divide la valutazione sulla “intoccabilità” dell’Euro, che non può diventare un cappio al nostro collo, ci unisce l’interesse per allargare ulteriormente lo sguardo, considerando le trasformazioni epocali che l’ascesa dei BRICS ha generato sulla realtà economica e politica internazionale.

 

“Affermare – come si legge nel paragrafo dedicato ad un “altra Europa” – che se andasse male il “piano A” – tramite cui trasformare in direzione controliberista le attuali politiche economiche e finanzarie dell’Unione […] – andrebbe a quel punto messo in conto il perseguimento del “ piano B” (= uscita dell’Italia dall’Euro), significa non aver chiaro che quest’ultima scelta – a prescindere dalle pur rilevantissime criticità di natura economica e tecnica che sconsigliano l’avventura – è per noi politicamente insostenibile. Lo è per coloro che hanno l’obiettivo di costruire un’Europa a egemonia socialista o , almeno, liberalsocialista . L’idea di uscire dall’euro, pur proposta come ultima ratio da ambienti e culture di sinistra, ha evidenti origini in una visione economicista per quanto critica dell’economia politica mainstream. Visione che mostra anche punti di contatto con gli assiomi delle culture populiste: per gran parte delle quali la dimensione istituzionale (qui: l’esistenza dell’Unione Europea e dei suoi sistemi giuridici e socioeconomici) dei processi in corso, legata in modo ineludibile ai movimenti reali della società, o è ignorata o è demonizzata. In ogni caso incompresa. Come purtroppo fa ,ignorandola o sottovalutandone la natura, il documento in esame. Se , con la miglior dottrina, definiamo “istituzione” la dimensione in cui si afferma storicamente la provvisoria persistenza di una distinta forma sociale, dovremmo aver chiaro quali conseguenze ne derivano : se una forma sociale come l’UE rischia di venir travolta dalla fine dell’Euro-moneta comune, non sarà possibile per lungo tempo impedirne la tendenziale disgregazione e riannodarne la tessitura. Un’istituzione non è un tram in cui si entra e si esce a piacimento senza profonde implicazioni politiche, economiche e storiche.

A sostegno dell’opinione richiamo poche considerazioni. La fragilità della costruzione-euro non è un mistero svelatosi ai giorni nostri: già nel 1999 Paul de Grauwe paragonava il sistema-euro a un edificio senza tetto, buono per periodi in cui non piove , pessimo quando il tempo volge al brutto. La crisi finanziaria iniziata nel 2007-2008 ha mostrato infatti che la moneta unica europea trapassava da schermo protettivo in potente moltiplicatore di difficoltà per i paesi con debiti sovrani più alti, privi di un prestatore di ultima istanza. Problemi di liquidità tradottisi in problemi di solvibilità sui mercati internazionali con conseguente crisi delle bilance dei pagamenti degli stessi paesi. Conosciamo ormai i difetti principali del governo dell’eurozona, ben descritti dal documento , difetti che hanno contribuito ad un aumento della disoccupazione strutturale ed slla distruzione forse permanente di parti importanti degli apparati produttivi dei paesi ad alto debito.

Tutto questo è noto , e vero, ma il suo significato resterebbe incompreso se non venisse tradotto nella sua dimensione politica : l’origine della crisi e la sua gestione indicano con chiarezza che eravamo e siamo tuttora alla presenza in Europa di un’egemonia degli interessi e delle culture dominanti. E di una corrispondente estrema debolezza della classe lavoratrice (che comprende nella sua frastagliata composizione tecnica e sociale la quasi totalità dei ceti “medi”), di cui è esempio l’irrilevanza del ruolo delle forze sindacali in Europa. Le ultime elezioni europee hanno confermato questa realtà.

Ciò per affermare : l’Europa è il luogo e il progetto sovranazionale in cui si svolge oggi in via prevalente il conflitto tra le classi in questo continente e l’Unione ne è la sua espressione istituzionale coerente. L’egemonia si subisce o si conquista. E non sarà certo una scelta aventiniana come quella di “uscire dal sistema monetario “euro”, a cambiare le cose in senso favorevole agli interessi oggi dominati.

Quale senso avrebbe “l’uscita dall’euro” , in qualsivoglia modo motivata, se non quella di una decisione velleitaria che reca con sé , non v’è dubbio, rischi di natura schiettamente reazionaria ? Per dirla con un sillogismo : l’Euro è parte decisiva del processo di integrazione politica ed economica europea, l’Unione come la conosciamo non esisterebbe oggi senza l’euro, l’uscita di un paese come l’Italia dal sistema monetario europeo , con la chiusura unilaterale dei mercati, sancirebbe la fine del processo di integrazione per un’intera fase storica. Da qui potrebbero avviarsi , come la vicenda degli anni trenta suggerisce , fattori disgreganti la stessa convivenza politica tra paesi europei.

Conclusione: meglio sarebbe pertanto espungere dal documento qualsiasi riferimento al c.d. “piano B”, che non può in nessuna variante essere evocato all’interno di progetti socialisti europei, se non per dire che esso va attivamente contrastato.

Il che ovviamente non significa che le ipotesi peggiori non possano realizzarsi. Semplicemente non ci sarà bisogno di alcun piano perché ciò si verifichi, contro la nostra volontà. Sarà sufficiente che 1) cresca ancora il risentimento anti ed euroscettico, 2) le forze e i paesi oggi egemoni non comprendano che , nel caso di rottura – per principio disordinata – dell’eurozona, la campana suonerà anche per loro, 3) i sostenitori di un’altra Europa non siano in grado di opporsi con successo all’attuale stato di cose.

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Sentimenti osserva inoltra come non sia possibile prendere atto delle reali dinamiche della crisi, e andare a intervenire su di esse, senza uno sguardo globale, e non eurocentrico, ai movimenti del Capitale.

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La mia opinione trae origine dalle tesi , che condivido, di Wallerstein , Arrighi e Braudel: ritengo come loro che un approccio analitico alle dinamiche contemporanee del capitalismo che rifletta anche su scala globale e non invece solo nazionale o continentale sia quello maggiormente in grado di cogliere quel che accade, anche in periferia. Sarebbe utile precisare con chiarezza se abbiamo idea che quella attuale sia una crisi da sovrapproduzione (che presuppone bassi salari e domanda debole) o da caduta del saggio del profitto (che presuppone buone retribuzioni, domanda forte e un solido welfare) ovvero sia caratterizzata – come nel caso europeo oggi – dalla presenza sia della prima che della seconda causa.

Discutere di crisi della domanda interna dei paesi indebitati e proporre come cura politiche di deficit spending hanno un senso del tutto diverso in caso si sia di fronte a sovrapproduzione piuttosto che a caduta del saggio del profitto. Si può da questo punto di vista avanzare l’idea che il sistema finanziario attuale e il suo ruolo (sempre meno allocativo di risorse, sempre più speculativo) su scala europea e mondiale, sia la risposta ad una crisi latente fin dagli anni 70 , dovuta alla caduta del saggio del profitto nelle attività manifatturiere. I “profitti della finanza” contemporanea raggiungono il duplice risultato di alzare il saggio di profitto complessivo – per la media dei capitali dovunque investiti – senza doverne redistribuirne parte nei sistemi di sicurezza sociale e di cittadinanza. Sottraendosi altresì a qualsiasi controllo democratico data l’impossibilità dei parlamenti nazionali di decidere scelte alternative. Il compromesso dei “30 anni gloriosi” risulta per tale ragione definitivamente liquidato: vincere il conflitto relativo all’attuale deregolazione del movimento dei capitali è pertanto il più fondamentale dei compiti politici su scala europea e globale. .

Dovremmo allora porci nuovamente il problema affrontato dopo gli anni 30 da Myrdal e da Keynes : come governare in maniera sistematica/strutturale il ciclo della domanda tanto nella sua composizione che nel suo livello tentando , anche per questa via , di rifinanziare i sistemi di welfare . Impedendo al settore finanziario europeo e globale di drenare risorse a scapito di consumi, territorio, occupazione e welfare. Negli anni 30 la risposta a livello globale fu rappresentata dalla “programmazione a regia pubblica” e da forme di “politica dei redditi”. Scelte da cui derivarono sia un modello re-distributivo affidato alla politica e non al mercato che un modello di sviluppo anch’esso sottratto alle sole logiche di mercato. Dovremmo riattualizzare, nell’attuale contesto scelte di quel genere.

Infine : dato che in gran parte del mondo la distribuzione dei redditi viene decisa manovrando i sistemi contrattuali, quelli di welfare e quelli fiscali, dovremmo indicare strade innovative in ognuno dei tre sistemi, in modo coerente all’idea generale che le diseguaglianze vanno drasticamente ridotte e che ciò sarà possibile solo all’interno di un diverso modello di sviluppo. Vi è quindi da ripensare, quanto ai sistemi contrattuali, al rapporto salari/crescita , che non può più essere misurato dallo strumento della “produttività”, oggi tutto interno al mondo fordista, individuando piuttosto altri e più complessi parametri tramite cui valutare i risultati di imprese e paesi . Se l’impresa , come oggi, ha quale unico obiettivo di valorizzare il capitale – con i manager agenti di tale obiettivo – sarà impossibile realizzare un diverso modello di sviluppo e modificare l’attuale modo di misurare la produttività; se viceversa l’impresa e i suoi obiettivi vengono guidati dagli interessi di tutti gli stakeholders in una visione non di breve periodo, i risultati andranno valutati in maniera del tutto differente e gli stessi sistemi di incentivazione elaborati di conseguenza. Nell’ambito di quest’ultima prospettiva muterebbero anche la natura e la valutazione del “lavoro” , con le conseguenze che illustro con l’ultima osservazione. Andrebbe quindi prevista , in un agenda socialista, una riforma del diritto civile e delle imprese coerente con tale impostazione.

Sul sistema fiscale : 1)progressività per più equa distribuzione del reddito, per finanziare un diverso modello di sviluppo, per un aumento del tasso di risparmio delle famiglie; 2) riduzione pressione su lavoro e imprese ; 3) realizzazione del principio di parità di trattamento fiscale per ogni tipo di reddito ; 4) impedire un’eccessiva concentrazione di ricchezza che ha , fra altro, effetti di distorsione nel funzionamento dei mercati. Sui sistemi di welfare e previdenziali: rendere operativamente chiara la distinzione e il compito della componente assicurativa e di quella redistributiva di tipo solidaristico/politico.

Attualmente i “patti di stabilità” , nazionali ed europei, derivano tutti da quel che accadde dopo la crisi degli anni 70. Crisi che oppose paesi produttori di materie prime a quelli consumatori di tali materie, capitale a lavoro, rendite a welfare, e le cui conseguenze furono anche forti indici inflattivi e crescenti deficit pubblici. I patti di stabilità , da allora, ebbero come scopo quello di contenere l’inflazione e ridurre i deficit pubblici. Esattamente gli stessi compiti affidati, sino ad oggi, alla BCE da un lato e alle politiche macroeconomiche conservatrici dall’altro. La politiche di “stabilita” fanno quindi riferimento da molti anni a cause divenute nel tempo del tutto diverse da quelle degli anni 70. Bolle speculative mobiliari e immobiliari, inflazione da asset e crisi finanziarie, fenomeni nient’affatto alimentati da indebitamento pubblico ma soprattutto da quello privato e da un sovrappiù di finanza. Le scelte politiche di stabilizzazione devono perciò far riferimento non solo all’inflazione dei beni di uso comune ma anche all’inflazione degli assets e al grado di indebitamento di famiglie e imprese. La politica monetaria dovrebbe quindi avere tra i suoi compiti principali di impedire il formarsi di eccessi di indebitamento privato all’interno di un modello distributivo più egualitario dell’attuale. Sul settore finanziario e la sua regolazione si dovrebbe, oltre a quanto giustamente evidenziato nel documento del NSE : A) creare accanto alla WTO, una WFO (world financial organitation) ; B) superare le proposte avanzate in sede di UE nel “Rapporto de Larosiere” e realizzare invece tre Autority per banche, assicurazioni e gestioni patrimoniali; C) individuare il soggetto che verrà deputato a valutare i rischi sistemici in Europa e/o nel mondo : non dovrebbe per l’area UE essere la sola BCE, ma la BCE assieme a forze politiche e sociali. In caso contrario, se passasse l’attuale linea dei conservatori sul punto, ne conseguirà che continueremo a delegare alle banche centrali l’intera politica macroeconomica; D) separare la funzione delle banche commerciali da quelle delle banche d’investimento; E) definire regole che garantiscano che le entità impegnate in attività di trading di tipo speculativo di breve periodo sopportino tutti i rischi conseguenti a tali attività, senza poterli scaricare a valle sui risparmiatori o sugli Stati.

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Sentimenti propone infine di spostare l’analisi sulle ragioni alla base della sconfitta del lavoro salariato dopo la fine del fordismo , sull’attuale s/composizione sociale e tecnica del lavoro , sulla crisi dei sindacati e sugli strumenti per rinnovarne , favorendolo, il protagonismo, Indicare alcune possibili linee di un futuro compromesso tra capitale , lavoro e Stato.

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E’ assente un giudizio sulle proposte di Jobs Act del governo Renzi e sulla legge approvata sui contratti a termine. Anche in questo campo si professa da parte neoliberista , senza neppure crederci, il mantra secondo cui la deregolamentazione del rapporto di lavoro e la riduzione delle sue tutele è la strada obbligata per la “crescita” e l’aumento dell’occupazione. Tutte le serie statistiche smentiscono il fondamento del mantra ma si continua a battere su questo tasto. Dovremmo al proposito dire nel documento che: A) l’occupazione si favorisce con l’aumento della domanda integrata e gli investimenti in formazione, B) l’art. 18 è norma essenziale perché norma di garanzia per l’effettivo esercizio di tutte le altre tutele tanto per il singolo come per la collettività dei lavoratori. E’ una norma cardine nell’ambito di un sistema di pesi e contrappesi. Giustizia contro arbitrio, potere che trova il suo limite in un contro-potere e che, come la Germania mostra, mai ha impedito alti livelli di produttività e di sviluppo delle forze economiche. Basta rileggersi gli atti nascita dello Statuto per capire che di questo si tratta e che chi parla di “feticcio” o è in malafede o non sa quel che dice. Giuste le proposte contenute nel documento ma andrebbero sorrette da un’adeguata analisi sulle ragioni dello stato dell’arte e sulle possibili vie per uscirne in maniera non contingente. Indispensabile in tal senso un accenno almeno alla realtà del lavoro autonomo attuale e sul rapporto lavoro dipendente / autonomo : ricomporne la trama, pur nella ineliminabile diversificazione tecnica, dovrebbe essere per noi obiettivo centrale. Le proposte di Renzi su un nuovo Statuto dei Lavori , che pare essere debitore delle idee di Ichino, anche di questo parlano, pur se da prospettiva nella quale viene sostanzialmente ribadita la completa subordinazione – legale e politica – dei lavoratori alle esigenze dei datori. Alla base di una nostra riflessione sull’esigenza e la possibilità di una ricomposizione del lavoro dovrebbe stare l’affermazione secondo cui è del tutto sbagliata, pur se di uso corrente, l’equazione lavoro dipendente=lavoro fordista, lavoro autonomo=lavoro postfordista. In realtà il lavoro dipendente è stato radicalmente investito , quanto e in molti settori più di quello autonomo, dai nuovi caratteri delle prestazioni richieste: mobilità spazio/temporale, deperimento della divisione dentro/fuori il luogo di lavoro, relazionalità, uso dell’informatica e dell’elettronica, formazione continua. Da qui si dovrebbe partire per ripensare ad un tessuto normativo che, dopo lo Statuto dei Lavoratori , riscriva una risposta giuridica unificante , pur attenta alle diversità , per l’insieme del mondo del lavoro. Ichino tenta l’operazione dalla sua prospettiva, che non condivido, ma che ha il pregio di un racconto e d’una sintesi d’insieme. Noi non possiamo esser da meno e finora abbiamo invece più criticato che avanzato proposte alternative politicamente alte. Non si tratta di un sogno nostalgico ma di un esigenza essenziale alla realizzazione di nuova cittadinanza e di nuovo legame sociale. Sussidi di disoccupazione, ammortizzatori sociali, coperture previdenziali e assistenziali, riduzioni della pressione fiscale , in modo simile per tutti i lavoratori autonomi e dipendenti (con alcuni accorgimenti sulle soglie di reddito e il pagamento del,e imposte) rappresentano la via principale per una parziale ma significativa riunificazione. Assai più e assai più concretamente di quanto non sia possibile con lo strumento (oggi del tutto accademico e teoricamente sbagliato) del reddito minimo di base o cittadinanza che dir si voglia. Andrebbe premesso nel documento – per evitare approcci accademici – che se gli attuali rapporti di forza tra capitale e lavoro ( in tutte le loro forme e articolazioni fenomeniche ) non dovessero mutare a favore del lavoro organizzato, nulla delle nostre proposte potrà essere realizzato perché quasi nulla sarà possibile modificare negli attuali processi di appropriazione di plusvalore da parte , soprattutto ma non solo, della finanza. E non sarà possibile modificare tali rapporti di forza senza una nuova unità e protagonismo a livello di azione europea di sindacati e lavoratori. Unità e protagonismo, cui si contrappongono visioni ed interessi nazionali fin troppo evidenti (il lavoratore polacco contro il francese, l’taliano contro il rumeno, ecc.) e che , proprio per tale motivo , costituiscono una tra le massime priorità politiche di qualsiasi progetto socialista in Europa e in Italia.

Va ricordato che il compromesso socialdemocratico funzionò come scambio tra subordinazione nell’organizzazione del lavoro da un lato e garanzia dei diritti di cittadinanza e pubblica gestione dei rischi sociali dall’altro. Oggi la subordinazione del lavoro, nell’organizzazione e nelle sue proiezioni politiche, si è enormemente aggravata mentre i diritti di welfare e cittadinanza vengono progressivamente erosi. Per queste ragioni un nuovo compromesso, a condizione che si riescano ad attingere migliori rapporti di forza, dovrà spingersi oltre quello del dopoguerra.

Si dovrebbero tentare interventi strutturali anche dal lato dell’offerta e sui rapporti di potere riconosciuti rispettivamente ai detentori del capitale e ai lavoratori . Bene quindi le proposte di una legislazione di sostegno per la cogestione simile al modello tedesco. Bene l’istituzione di un fondo per la proprietà e gestione da parte dei lavoratori di imprese, sia in fase di crisi che d’avvio dell’attività. Bene il rilancio , ma non viene detto come, della realtà e della funzione della cooperazione, sempre più apertamente sfidata dalla presenza di realtà (false cooperative) che contraddicono in radice il fine cooperativistico. Proposte presenti nel documento che vanno nella giusta direzione. Importanti ed adeguate per l’oggi, insufficienti per il domani: Olaf Palme sosteneva, negli anni in cui si discuteva in Svezia del piano Meidner, che se non fossero loro stati in grado di cambiare i rapporti di potere col capitale anche da lato dell’offerta, si sarebbe tornati indietro. Come è avvenuto. Il campo è quindi aperto anche se non è in questa sede possibile approfondire il tema. Ma teniamolo presente. A cominciare dal ripensare alle idee di Meade (agathotopia) sulle possibili partnership tra capitale e lavoro,

All’interno di una visione in cui l’impresa e il sistema produttivo mutassero i loro obiettivi, e la programmazione pubblica co-governasse assieme agli attori sociali un nuovo modello di sviluppo, dovremo valorizzare la componente concreta del Lavoro a danno di quella astratta (nella quale è pura merce tra le altre merci). Componente concreta in cui formazione, qualità delle conoscenze e dell’esperienza , saranno i tratti distintivi sui quali “misurare” il lavoro stesso e il suo valore.

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