Per un’altra Legge di Stabilità, no al vincolo del 3%

Dal lavoro comune del seminario svoltosi lo scorso 20 Settembre, “Ricostruire” e “Iniziativa 21 Giugno” sono partiti per elaborare una proposta di Legge di Stabilità alternativa, che sappia rispondere alla reale esigenza del nostro Paese: la crescita.

Offriamo questo contributo alle forze politiche e sociali, nella speranza di lanciare un sasso nello stagno della palude neoliberista.

Il testo è stato redatto da Riccardo Achilli, Gim Cassano, Giovanni La Torre, Lanfranco Turci.

[…] Le proposte di questo documento, che vanno a configurare uno schema molto generale di legge di stabilità alternativa per il 2015, affrontano dunque l’emergenza, senza pregiudicare l’obiettivo di lavorare sui nodi strutturali che ostacolano una dinamica adeguata della produttività totale dei fattori, alla radice dell’output gap crescente che affligge il nostro Paese sin da prima dell’esplosione della crisi, che questa ha aggravato, e che le politiche di austerità assunte in sede di Unione Europea stanno ulteriormente peggiorando, peraltro senza conseguire, anzi rendendolo irraggiungibile, l’obbiettivo della stabilizzazione del debito. […]

Volendo sintetizzare lo spirito della proposta più generale, riteniamo necessario, operando sin dal livello di una profonda revisione delle politiche europee, superare il tabù del rispetto del limite del deficit al 3% del PIL. Come i fatti dimostrano, l’obiettivo di contenimento del debito pubblico non può esser perseguito nell’ambito delle politiche attuali. Occorre invece mirare alla sua stabilizzazione nel breve periodo ed alla sua successiva riduzione in percentuale del PIL, quale risultato di una crescita che richiede il rapido avvio di una decisa azione antideflattiva ed antirecessiva.

Oltre che esser dimensionalmente adeguata in termini di creazione di domanda, questa deve essere anche espressamente mirata a correggere le principali iniquità, arretratezze e fattori di rischio del Paese, che ne minano strutturalmente le prospettive di recupero, con interventi volti a:

  1. Generalizzare ed estendere verso il basso il sostegno al reddito delle famiglie più povere, e generalizzare i meccanismi di tutela ed inclusione sociale, combattere con strumenti efficaci il precariato.

  2. Ridurre il carico fiscale su produzione e lavoro, spostandolo su rendite e grandi patrimoni.

  3. Riqualificare la spesa corrente, destinandone le possibili economie a maggiori investimenti sul fronte dell’istruzione, della formazione, della cultura, della tutela e fruibilità del patrimonio artistico ed ambientale, della ricerca di base ed applicata, ed estendendo i sistemi di sicurezza sociale e di contrasto alla precarietà.

  4. Incrementare la spesa pubblica in conto capitale, per via di politiche che, senza esaurirsi nella logica delle “grandi opere”, siano indirizzate all’adeguamento infrastrutturale, al risanamento idrogeologico ed ambientale ed alla valorizzazione agricolo-forestale, alla riduzione del rischio sismico, all’adeguamento funzionale del patrimonio immobiliare pubblico, alla riqualificazione urbana, a ridurre le condizioni di svantaggio del Mezzogiorno.

L’efficace conduzione e l’ottenimento di pienezza di risultati da parte di politiche così orientate richiedono la riqualificazione delle potenzialità e del ruolo della Pubblica Amministrazione, attivandone capacità di controllo efficaci, di indirizzo ed attuazione di politiche industriali e di pianificazione; e richiedono che siano combattute le piaghe, tra loro collegate, della corruzione, dell’evasione e dell’elusione fiscale.

LO SCENARIO

Le prospettive macroeconomiche del Paese a medio-breve termine si sono ulteriormente degradate. La prospettata lieve ripresa, sulla quale il Governo aveva fondato le sue proiezioni di finanza pubblica in sede di DEF e le prime simulazioni quantitative in merito all’imminente disegno di legge di stabilità per il 2015, è completamente saltata. Secondo le prime stime, potremmo chiudere il 2014 con una recessione dello 0,3-0,4%, ovvero più di un punto di PIL in meno rispetto alle proiezioni iniziali. Ed il 2015 è del tutto incerto, non apparendo ad oggi realistiche nemmeno le stime, che parlano di una lieve ripresa, dell’ordine dello 0,9%. Nel frattempo, il mercato del lavoro continua a degradarsi. A giugno 2014, l’occupazione è diminuita dello 0,4% su base annua, e si colloca sui livelli minimi storici toccati a fine 2013. Il tasso di posti vacanti è pressoché nullo, indicando come le imprese non abbiano spazi per fare assunzioni.

Nel frattempo, la crisi sta cambiando natura, facendo un salto in avanti qualitativo, perché alla recessione produttiva si sta affiancando, per ovvi motivi di insufficienza dei redditi disponibili e di crescita della disoccupazione quali cause della crisi di domanda, anche la deflazione. Ad agosto, per la prima volta, abbiamo registrato un tasso di inflazione negativo su base annua, mentre il tasso di inflazione nell’area euro è pressoché pari a zero (+0,4% su base annua). I dati dell’indice previsionale Markit, per il mese di settembre, non lasciano sperare in niente di buono. Mentre l’indice PMI segnala a settembre un nuovo minimo della crescita, i prezzi alla vendita nell’area euro avranno una variazione nulla, ed il calo dei prezzi di acquisto nel comparto manifatturiero avrà effetti deflattivi nei prossimi mesi.

L’avvio di uno scenario deflattivo, che le politiche monetarie messe in atto dalla BCE non sembrano, al momento, arrestare (anche se occorrerà aspettare, per un giudizio definitivo, il completamento dell’operazione OMLRT (1) a dicembre; ma la situazione attuale, molto simile ad una trappola della liquidità, non lascia ben sperare sull’efficacia del meccanismo di trasmissione di politica monetaria, in assenza di politiche di rilancio “reale” della domanda), rischia di far svanire anche gli effetti degli immani sacrifici sociali sin qui prodotti per generare un avanzo primario da record. Senza un po’ di inflazione, e con un tasso di crescita reale del PIL ancora negativo, gli obiettivi di rispetto dei parametri di deficit/PIL e di debito/PIL non potranno che saltare.

Siamo quindi davanti ad un crinale molto pericoloso della crisi, per certi aspetti inedito.

E’ di tutta evidenza che proseguire sulla strada segnata dai Trattati Europei e dai parametri del Patto di Stabilità (arbitrari già quando furono concepiti, oggi assolutamente anacronistici), di fronte a questa torsione strutturale della crisi, è un puro suicidio. E’ evidente anche che le cosiddette riforme strutturali, a fronte della situazione attuale, non abbiano di per sé prospettive di rilancio della crescita. Non serve flessibilizzare ulteriormente le modalità contrattualistiche del lavoro, se le imprese non assumono. E’ evidentemente compito delle politiche macroeconomiche far sì che si ricostituiscano condizioni di domanda tali da creare spazi per una ripresa dell’occupazione e della crescita. Peraltro, dovrebbero essere in primo luogo i paesi con maggiori spazi di bilancio pubblico ad espandere la loro domanda interna, ed il socialismo europeo dovrebbe spingere di più in tal senso.

Gli stessi provvedimenti favorevoli alla crescita annunciati dal Governo, come il mantenimento del bonus degli 80 euro nel formato attuale, oppure qualche modesto incentivo fiscale sul costo del lavoro e sugli investimenti, in vigenza del rispetto del vincolo del 3% di rapporto fra deficit e PIL, non appaiono minimamente sufficienti a stimolare l’economia nel momento in cui molti soggetti non sono disposti a spendere, stanti le prospettive deflazionistiche in atto; si alimenta così un circuito in cui la contrazione delle prospettive di crescita determina aspettative negative, e queste a loro volta retroagiscono sul ciclo. D’altro canto, chi sarebbe pronto a spendere non gode di redditi sufficienti, e chi è in grado di spendere teme il peggiorare della situazione, e congela le disponibilità nei conti correnti; insieme alla restrizione del credito bancario, ciò concorre a determinare l’insufficienza di domanda per consumi.

A fronte dell’emergenza sopra illustrata, e nell’intento di ricostituire politiche macroeconomiche oramai rese indispensabili dall’ulteriore avvitamento della crisi, proponiamo una legge di stabilità che si collochi al di fuori dei perimetri imposti da Trattati europei che si stanno manifestamente rivelando prociclici. E che impone evidentemente anche una battaglia in sede europea, finalizzata ad allentare i vincoli dei Trattati per assicurare una prospettiva di crescita oggi indispensabile al mantenimento dell’equilibrio del sistema. La legge di stabilità che proponiamo non rispetta, quindi, i limiti del Patto di Stabilità e Crescita, perché è ispirata ad elementari principi di buon senso economico, che oggi impongono un provvedimento di forte shock sulla domanda.

LA PROPOSTA

Proponiamo dunque una legge di stabilità emergenziale, per un ammontare di 40 miliardi, così composta:

  1. 4,5 miliardi di riduzione di imposte (da stabilirsi in quota fifty/fifty per imprese e per famiglie), destinate ad un mix fra incremento delle tax expenditures (2), riduzione delle aliquote per il primo scaglione di reddito, parziale deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap ed introduzione di una parziale detassazione degli incrementi di capitale netto delle imprese.

  2. 5 miliardi per un programma di almeno 3.000 piccole opere pubbliche immediatamente cantierabili (di importo unitario non superiore a 1,7 Meuro), segnalate dagli enti locali e dalle Regioni, prioritariamente rivolte alla riqualificazione di immobili pubblici, a strutture pubbliche per servizi ai cittadini, alla difesa del suolo, alla prevenzione del rischio idrogeologico ed alla tutela ambientale, da collocare fuori dal Patto di stabilità, ed aggiuntive rispetto ai programmi di investimento già in corso o definiti.

  3. 8 miliardi da destinarsi a sostenere investimenti e spese rivolte a istruzione, formazione, cultura, innovazione, dei quali 6 miliardi destinati ad un Fondo per gli Investimenti Strategici, gestito dalla CDP, mirato a sviluppare sinergie tra Enti Pubblici, Università, Imprese, anche in forma consortile, ed a sostenere, con verifiche di risultato, investimenti delle imprese nei settori: della ricerca applicata ed industriale e dell’innovazione tecnologica nelle aree strategiche determinate dal Piano Nazionale della Ricerca e con attenzione al potenziamento del trasporto pubblico con modalità e mezzi ecologici; della formazione del personale; dell’internazionalizzazione commerciale; dell’acquisizione di servizi reali.

Altri 2 miliardi finanzieranno start-up e spin off (3), accademici o meno, nei settori ad alta tecnologia e nell’industria culturale e creativa.

In relazione alle esigenze delle imprese ed alle condizioni del mercato del credito, tale fondo potrà essere erogato scegliendo fra contributi a fondo perduto, in conto interessi, prestazione di garanzie pubbliche o strumenti di partecipazione al capitale di rischio.

  1. 10 miliardi per il bonus degli 80 euro rimodulato, ovvero decrescente al crescere del reddito, fino a 24.000 euro, e non cumulabile da più percettori nell’ambito di un solo nucleo familiare, al fine di recuperare risorse per estendere il beneficio a chi è collocato sotto la soglia di incapienza fiscale ed ai pensionati al minimo.

  2. 12,5 miliardi per uno strumento di tutela universalistica che unifichi la sperimentazione del reddito di inserimento (SIA) che sarà ampliata con gli 800 Meuro già previsti a valere sul PON Inclusione Sociale 2014-2020, e il Naspi previsto dal Jobs Act, andando ad aggiungersi alle fonti finanziarie già reperite dal Governo per tale strumento. Uno strumento, dunque, di sostegno monetario mirato sia a chi ha perso il lavoro e va ricollocato, sia alle fasce povere della popolazione che non hanno uno specifico problema di inserimento lavorativo (ad es. nuclei familiari di pensionati, working poors) affiancato da strumenti specifici di formazione/ricollocamento lavorativo, oppure di sostegno a interventi individualizzati contro l’esclusione sociale, per il reinserimento comunitario, l’attenzione genitoriale alla frequenza scolastica dei minori, la cura di familiari disabili, etc.

I predetti provvedimenti saranno coperti per circa 22 miliardi da un insieme di interventi, tra i quali: recupero di evasione fiscale imperniata sull’introduzione dello scontrino telematico e della fatturazione telematica (12 miliardi (4); previsione di minor costo del servizio del debito pubblico (3 miliardi); una spending review mirata (3 miliardi), centrata su riduzione delle spese militari, riduzione stipendi degli alti dirigenti, pubblicazione telematica degli appalti pubblici e della G.U, razionalizzazione dei corpi di polizia; aumento del gettito sui tabacchi e su lotto, lotterie e giochi (1,5 miliardi); ed inoltre, dismissione di immobili pubblici non aventi preminenti interessi storico-artistici e rinegoziazioni dei contratti di locazione di immobili in uso alle P.A., o da queste locati a terzi.

I restanti 18 miliardi sarebbero coperti da aumento del debito pubblico (1,15% del PIL).

Tale manovra porterebbe il rapporto fra deficit pubblico e PIL attorno al 4,2% (5), ed avrebbe un effetto espansivo pari a circa 1,2 punti in % del PIL, lasciando sostanzialmente inalterato, ma con una lievissima riduzione rispetto al livello attuale, il rapporto debito/PIL.

Non si dovrà, inoltre, dar seguito alle iniziative, ventilate o allo studio, volte alla cessione di significative quote, direttamente o indirettamente in mano al Tesoro, di aziende operanti in settori strategici ed a elevata tecnologia (ENEL, ENI, SNAM, TERNA, ENAV, Finmeccanica, Fincantieri), in quanto, oltre che comportare il venir meno di ogni capacità di indirizzo pubblico nei settori in questione, ciò comporterebbe per il Tesoro, a fronte di un beneficio “una tantum”, il venir meno di entrate significative e durevoli nel tempo.

Inoltre, le imprese ancora controllate dallo Stato (cui si aggiungono le Ferrovie dello Stato) dovrebbero aumentare le spese in ricerca e sviluppo di una quota del fatturato dipendente dal settore produttivo di appartenenza e dalle prospettive di mercato e finanziarie, nonché gli investimenti sul territorio nazionale, anche nel Mezzogiorno, coerentemente con le strategie aziendali, dettate anche da esigenze competitive ineludibili.

Con la legge di stabilità per il 2016, l’incremento iniziale di debito pubblico prodotto con quella del 2015, e conseguente alla sopra descritta manovra-shock, potrebbe essere in parte sterilizzato da un’imposta sulle grandi ricchezze con aliquota progressiva fra 0,55% e 1,8% a partire da una ricchezza netta superiore a 800.000 euro (5% delle famiglie più ricche). Secondo le stime della CGIL, ciò comporterebbe un gettito strutturale di circa 10-13 miliardi, che sarebbe portato ad abbattimento dello stock di debito pubblico.

INIZIATIVA 21 GIUGNO

Prime sottoscrizioni (30 settembre 2014):

Alleanza Lib-Lab

Iniziativa Socialista

Network per il Socialismo Europeo

Felice Carlo Besostri (Circolo La Riforma – Milano)

Maurizio Giancola (Portavoce Gruppo di Volpedo)

Giovanni Rebechi (Ufficio Politico Rete Socialista-Socialismo Europeo)

Cesare Salvi (Socialismo 2000)

Francesco Somaini (Presidente Circolo Rosselli – Milano)

Stefano Sylos Labini (Associazione Paolo Sylos Labini)

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NOTE:

(1)- Piano di immissione di liquidità da parte di BCE, condizionato all’erogazione di credito da parte delle banche beneficiarie.

(2)- Deduzioni, detrazioni, esenzioni fiscali.

(3)- Avvio nuove imprese e/o utilizzo tecnologie innovative a fini di ricadute aziendali o produttive.

(4)- Cfr. in proposito le stime dello studio del Nens, http://www.nens.it/zone/pagina.php?ID_pgn=937&ctg1=Analisi&ctg2=Nessuna

(5)- Tenuto conto che già con il solo peggioramento delle previsioni sul PIL per il 2014, rispetto a quanto previsto dal DEF, il disavanzo/PIL arriverebbe, a politiche invariate, al 3% circa, dal 2,5% inizialmente previsto dal Governo.

One thought on “Per un’altra Legge di Stabilità, no al vincolo del 3%

  1. Il Governo ha bisogno di soldi per pagare la costruzione di Ospedali, Scuole, Acquedotti, Strade; per pagare gli stipendi dei suoi dipendenti; per dare ai cittadini Lavoro, Istruzione, Salute, Sicurezza, Giustizia; per pagare le pensioni agli anziani e agli inabili; per pagare l’assistenza, le cure e la Ricerca ai malati; per pagare le riparazioni ai danni causati da terremoti e inondazioni; per provvedere a pagare tutto quello che è necessario per far vivere bene i cittadini. E’ il suo dovere e lo può fare.

    http://www.slideshare.net/danielenurisso9/diventare-ricchi

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